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Storie di iperperplessi (introduzione)

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“Storie di Iperperplessi” è scritto in prima persona ma non è assolutamente un romanzo autobiografico, è la storia di Silvano. Certo, Silvano ha qualcosa di me e io qualcosa di lui. Ma io sono Fabrizio, lui è Silvano. Tutti i personaggi, compreso il protagonista, Silvano, sono in parte collage di frammenti di persone che ho realmente conosciuto, in parte l’esito della mia immaginazione.

“Storie di Iperperplessi” è un racconto irreale, nel senso che è una narrazione di fatti che non sono mai accaduti e di persone che non sono mai esistite. Tuttavia tutta il romanzo si sviluppa in una cornice realista, a tratti surrealista. Il mio è un tentativo di narrare il surreale attraverso il reale.

Questo romanzo è stato scritto nel periodo compreso tra Febbraio 2002 e Agosto 2005.

Introduzione

Meglio volare appesi a un cappio o scaccolarsi appollaiati? E le vie di mezzo? Funzionano meglio? Cose tipo volare appollaiati o scaccolarsi appesi a un cappio.

Bah!

Scacchi ed io abbiamo fatto quasi tutto insieme: l’asilo, le elementari, le medie, il liceo, la prima sigaretta, la prima canna, il primo gruppo, il primo pezzo e un sacco di altre cose.

A 18 anni Io e Scacchi siamo andati a vivere a Roma insieme a Spliffo, che allora aveva 23 anni e l’intenzione di finire la ragioneria. Del nostro periodo di convivenza ricordo poco, ci svegliavamo alle 3 del pomeriggio e alle 6 cominciava il tavernello-time che finiva quando il primo di noi collassava. Durante i primi due mesi romani uscivamo di casa solo per i concerti, per la sala prove, per stare con Linda e Melania e per perdere tempo con Maia.

Ci fu un concerto che cambiò la vita di tutti e tre: Agnostic Front, 28 Ottobre 2001. A quel concerto successe di tutto.

Scacchi venne preso a pugni da un naziskin alto due metri e largo uno. Il naziskin si incazzò perché Scacchi nel pogo gli aveva dato involontariamente un pugno. Scacchi cercò di scappare e poi, quando si rese conto che era inutile, si fermò e cercò di calmarlo sbandierandogli sotto il naso il simbolo della pace più pratico da esibire, cioè un pugno chiuso con l’indice e il medio sollevati. Il naziskin però pensò che Scacchi lo stesse provocando, se la prese ancora di più e gli mollò un botto di calci in faccia e pugni nello stomaco. A quel concerto poi ho conosciuto Berta.

Dopo quel concerto le cose cominciarono ad andare diversamente: Berta divenne la mia ragazza ufficiale e cominciai a passare giorni, settimane, mesi sul letto con lei. Scacchi probabilmente si sentì solo e per placare paranoie varie si mise insieme ad Alina, una tizia snella e pulita con le tettone che aveva conosciuto all’università. Dopo un po’ a casa non parlava più nessuno, si era creata una situazione appiccicosa e sessocentrica perché Scacchi ed io stavamo con Alina e Berta e Spliffo metteva Gish a palla e si suonava la batteria sulle ginocchia tutto il giorno.

In quel periodo a Spliffo si leggeva in faccia che ne aveva piene le palle di me, di Scacchi, di Berta, di Alina, della ragioneria, di Roma, di tutto.

Un bel giorno Spliffo chiamò me e Scacchi in camera sua e ci disse pari pari che ne aveva piene le palle, che aveva deciso di abbandonare definitivamente la ragioneria e che tornava a Chickencity, il nostro paese natio.

In quel periodo la nostra padrona di casa non vedeva l’ora di vendicarsi con noi perché le arrivavano in continuo lettere dei vicini, lettere di lamentele del tipo: i ragazzi del terzo piano pisciano dal balcone, girano nudi per casa, fanno rumore perché non dormono la notte, sbagliano di continuo appartamento e molestano campanelli altrui, barcollano, sono figure losche perché sono pieni di buchi in faccia e hanno i capelli aggrovigliati che sembrano serpenti. I nostri condomini non ci amavano affatto, il tizio del piano di sotto poi ci aveva denunciati perché una volta un punkabbestia tedesco che abitava sotto il portico del nostro palazzo e che veniva spesso a trovarci gli aveva detto: Io sono Sasha, sono un punkabbestia e io la scopa la tu moglie perché io la girare le mondo. Vaglielo a spiegare al tizio del piano di sotto che Sasha scherzava e che in quel momento la sua capacità di intendere e di volere era sul fondo di una bottiglia di Brandy & Fanta. Sasha beveva solo Brandy & Fanta. Non mangiava quasi mai. Quando non aveva niente da fare intingeva l’ago nell’inchiostro di china e si tatuava. Il suo corpo, nelle parti raggiungibili dalle sue mani, era pieno di scritte e disegni che sembravano fatti da un bambino di tre anni. Sull’avambraccio si era scritto Katia ti amo, sull’addome aveva una svastica, sul torace una falce e martello, sulla mano un’aquila, sull’altra strani segni indecifrabili; una volta voleva tatuare anche me ma lo mandai affanculo.

Tornando alle lettere dei condomini, tutte finivano con la stessa frase: “Farei bene a preoccuparmi se fossi in lei sig.ra Bocchinbrillo.” La nostra proprietaria di casa, la signora Bocchinbrillo, aveva tantissime fobie e somigliava in maniera preoccupante alla professoressa di Paz, quella a cui Zanardi sgozza il gatto. La signora Bocchinbrillo per aggirare il problema che rappresentavamo per il condominio fece una scelta strategica: affittò la camera di Spliffo a una vipera-fighetta con annesso boy-friend palestrato. Si chiamava Sandra, l’annesso si chiamava Antonio ma Scacchi ed io lo battezzammo subito zio Tarricone; questo lo innervosiva al punto di farlo diventare a volte simile all’incedibile Hulk. Tuttavia non ebbe mai il coraggio di dircelo e noi decidemmo di continuare a chiamarlo così fino a farlo scoppiare. Sandra appena vide la cucina cominciò a stressarci perché era “un ripostiglio di cadaveriche reliquie di cene alcoliche”, così definiva lei il nostro habitat. In effetti non era pulitissima, c’erano pezzi di carne rinsecchiti attaccati al pavimento e sugo, olio e vino sulle pareti le facevano sembrare dipinte da Pollock, ma a noi piaceva così. Cercammo di negoziare una soluzione possibile con Sandra ma le cose andarono peggio che tra Sharon e Arafat e cominciò la guerriglia domestica.

Lei, banalmente, cominciò a spedire lettere di lamentele alla signora Bocchinbrillo e Scacchi ed io cominciammo a metterle il sale nel dentifricio, il furetto di Alina nel letto e altre cose del genere, presto però ci accorgemmo che questa era peggio di Sharon. Passammo due mesi di guerriglia domestica, poi Scacchi cominciò ad andarci pesante, Sandra non riuscì a resistere e dopo tre giorni lasciò la camera.

Fu allora che io e Scacchi decidemmo di occupare la camera lasciata da Sandra. Funzionava così: la Bocchinbrillo metteva l’annuncio sul Porta Portese col suo numero e ci mandava un sacco di persone a casa perché mostrassimo loro la camera, noi le accoglievamo a tarallucci e vino e loro di solito scappavano senza nemmeno dare un’occhiata alla camera, si fermavano alla cucina, osservano i cadaveri sul pavimento, i Pollock sulle pareti e scappavano dicendo che si aspettavano qualcosa di diverso.

Con le coperte e con i vestiti costruimmo una capanna nella camera occupata e la adibimmo a camera dell’amore e della fattanza.

Poi successe che un giorno, dopo due mesi di pseudo-occupazione, la proprietaria si infilò in camera approfittando della nostra assenza e la affittò a una tizia spagnola che doveva fare sei mesi di Erasmus. La spagnola si chiamava Neus e in poco tempo si adattò abbastanza bene a noi.

Intanto Berta diventava sempre più importante per me e Alina lo diventava per Scacchi, assorbivano tutte le nostre energie e spesso non ci rimaneva nemmeno la forza di parlare e divertirci insieme. S’era rotto qualcosa, né io né Scacchi capivamo bene cosa, non facevamo ipotesi, semplicemente evitavamo di parlarne.

Senza pensarci troppo, dopo qualche mese, andai a vivere con Berta a San Lorenzo, un quartiere di Roma. I primi quattro o cinque mesi andò tutto alla grande, non ci sembrava vero di convivere, poi si fece viva la voglia di sperimentare il mondo e con questa la gelosia e di conseguenza scazzi e intrallazzi.

Ci teneva insieme una miscela di amore gelosia e dipendenza che ci faceva fare cose come buttarci di tutto appresso, cacciarci vicendevolmente di casa in piena notte e altri sfregi del genere. Quando trovammo il coraggio di affrontare la svolta e di dividerci cambiammo casa ma continuammo a vederci, amarci e odiarci. Andai a vivere sulla Nomentana con il Mantovano, un tizio che scriveva su un giornale di sinistra e sembrava saltato fuori da un romanzo di Moravia, e Glauco, un farlocco parecchio tranquillo che studiava sociologia da una quindicina d’anni. Berta andò a vivere in via dei Marsi con una tizia che si chiama Gianna. Dopo il trasferimento vedevo Scacchi di tanto in tanto, Spliffo per niente e con Berta era un su e giù permanente, mi sentivo come l’H2O senza i due atomi di H.

Berta era parecchio assurda, desiderava il black-out della testa e per addolcirsi regalava iris agli sconosciuti e sassi di Filicudi alle persone che amava. Si sforzava di essere un nocciolo come quello delle pesche, duro fuori e tenerissimo dentro; era colorata, portava spesso un cappuccio viola sui dread neri, una sciarpetta verde attorcigliata intorno a un collo fino fino, un cappottino arancione da bimba abbottonato solo con il bottone più in alto, i pantaloni di velluto a zampa appiccicati alle gambe snelle, quei pantaloni di velluto che sono un collage di toppe di tutti i colori, quelli che se ne trovano tanti a via Sannio. Saltava di posto in posto come se niente fosse: Roma, Napoli, Bologna, Berlino, Amsterdam, Londra, Dublino, Praga, scivolava su e giù e pretendeva che niente cambiasse, che io restassi sempre lo stesso.

Mi capitava spesso di passare sotto casa sua, c’era sempre la tapparella chiusa a metà, di solito fumavo una sigaretta, facevo un tentativo al citofono e mi rispondeva sempre Gianna, una ragazza magrissima, spigolosa e rasata che somigliava un po’ alla Gianna di Paz. Finiva sempre che mi faceva salire e mi diceva Berta è qua e Berta è là, mi offriva un tè e cominciava a parlarmi di rivoluzioni, occupazioni, molotov, manifestazioni, l’iniziativa al Panorama di Pietralata, la Diaz, i manganelli, l’area dell’Ernesto, i leninisti, gli umanisti, i perbenisti, i pariolini, i fighetti, i coatti, gli impasticcati, i fasci, i pink, i punk, i black-block, i questi, i quegli altri, il movimento, la guerra che quegli stronzi che chiamano pace, Action, Indymedia, l’informazione pulita, cose come: hai letto su http://www.carta.org, http://www.fuoriluogo.it, i fasci coi coltelli fanno i manifesti rossi come noi e le persone non capiscono più se sono i loro o i nostri, l’occupazione all’ex cinodromo per il diritto alla casa, il libro di Antonio Castro, lotta continua, Auro Bruni a Roma, Carlo Giuliani a Genova, Valerio Verbano, Daniele avevo solo 19 anni.

L’editing di Storie di Iperperplessi è stato curato da Chiara Merli.

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TAYLORISMO ACCADEMICO

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Era maggio, era l’inizio di maggio.
Era mattina, non proprio mattina, era quasi mezzogiorno.
Nando doveva andare in segreteria, era uno studente di antropologia, gli piaceva studiare, ma più che altro gli piaceva contraddire le raminghe nozioni che l’università gli offriva a caro prezzo e poca spendibilità nel mondo del lavoro.
Nando era un paranoico ma possedeva un lettore mp3,  aveva davanti possibili contratti dai nomi bizzarri, contratti con l’angoscia e l’alienazione come effetti collaterali. Lui se ne fregava, si ficcava gli auricolari e metteva su Jim Morrison a palla che gli faceva vibrare i lobi. Jim Morrison lo aiutava ad affrontare la giornata con un ritmo diverso da quello che il suo status di apprendista precario gli imponeva.
Nando se ne fregava, appiccicava al suo IO sdrucito pezzetti di gente che conosceva, che scaricava da internet o che trovava tra gli scaffali di Mel Bookstore su via Nazionale o su quelli di Disfunzioni Musicali a San Lorenzo.
Quella mattina di Maggio era diretto alla segreteria della sua facoltà, erano le 11 e 50 e la segreteria chiudeva alle 11 e 30, lui lo sapeva benissimo ma ci provava lo stesso.
Nando era iscritto da cinque anni all’università ma all’improvviso aveva rimosso il suo numero di matricola.
A mezzogiorno e mezzo Nando arrivò alla città universitaria. Della segreteria ormai se n’era completamente dimenticato. Si guardò un po’ intorno, si rese conto di essere nella città universitaria e di non avere assolutamente niente da fare. Mentre pensava al da farsi notò una faccia familiare tra la ressa di studenti fatti in serie con metodi tayloristici.
“Valentina” disse ad alta voce Nando pensando di pensare.
Valentina era una tizia con cui Nando aveva messo su un gruppo ska il primo anno di università. Ora lei era tutta presa dalle cose dal collettivo e dal movimento. Nando ogni volta che la incontrava pensava che almeno lei riusciva a credere in qualcosa. Nando aveva un atteggiamento ambivalente nei confronti del movimento, un po’ stimava la gente onnipresente tra le folle urlanti e un po’ gli sembravano ridicoli pezzi da fabbrica che nella tayloristica fretta erano stati montati male.
Chiacchierò un po’, e senza molta enfasi, con Valentina, poi improvvisamente si rimise Jim Morrison a palla nelle orecchie e si allontanò senza ciao e forme di cortesia alternative, eque e solidali.
Nando vagò immotivamente per la città universitaria e dopo un po’ notò un altro viso familiare tra la ressa di studenti, “Lianca” disse tra sé e sé sempre pensando di pensare, poi si tolse Jim Morrison dalle orecchie, i suoi lobi smisero di vibrare, lei contemporaneamente si voltò verso di lui “Ciao” disse, “Bella” disse Nando, lei sorrise, lo avvicinò, lo abbracciò,
“da quanto tempo?”
“Nemmeno tanto poi…” disse Nando
“Com’è finita poi la tua vacanza in Salento?” gli chiese la tizia
“Io non sono mai stato in Salento” disse Nando
“Ma non è li che ci siamo visti l’ultima volta?”
“No, ci siamo visti al sit in di Emergency davanti all’ambasciata Afgana per la liberazione di Rahmatullah” le fece Nando
“Macchè, io al sit in all’ambasciata Afghana non ci sono mai andata, e chi è poi sto Rahmatullah?” disse lei e si grattò il mento, i due si guardarono meglio e improvvisamente si accorsero dell’equivoco.
“Ma tu non sei Andrea di Cosenza?” Chiese lei.
“No.” Disse Nando “Io sono di Salerno” e poi aggiunse “Ma tu non sei Lianca di Tuglie?”
“Ma dde che?” Fece lei “Io sono del Quadraro, mi chiamo Tiziana io”.
“Bah!” Disse Nando e si strinse il mento tra l’indice e il pollice.
“Maddai” Fece Tiziana.
“E’ che qui ci somigliamo un po’ tutti…” fece Nando.
“Già…” fece Tiziana.
“Già…” fece Nando, si rimise Jim Morrison a palla negli orecchi, i suoi lobi ripresero a vibrare, “Bella” gli fece Tiziana, Nando si fece un’ombra dai contorni vaghi e riprese a vagare immotivatamente per la città universitaria.

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