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INTERVISTA RILASCIATA DA FABRIZIO CARUCCI A “SUL ROMANZO”

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INTERVISTA RILASCIATA DA FABRIZIO CARUCCI A “SUL ROMANZO”.

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Ho iniziato a scrivere quando avevo 14-15 anni. Era l’età della ribellione, dei jeans strappati, dei piercing, del punk, del grunge. Ho cominciato scrivendo i pezzi della mia band di allora, i Mokullas.
Da allora non ho mai più smesso di scrivere e il mio rapporto con la scrittura è diventato sempre più importante. A volte scrivevo per bisogno di esternare i miei sentimenti più profondi, a volte trovavo nella scrittura un mezzo per esternare lo sdegno verso le ingiustizie sociali. A volte, semplicemente, scrivevo perché mi annoiavo. Passo dopo passo ho maturato l’idea di scrivere dei racconti, poi ho iniziato a scriverli. I miei primi racconti li ho pubblicati nel 2002 per un giornale umanista di Roma, 361 Gradi. Un giornale che avevo fondato insieme ad altri studenti con cui condividevo la passione per la scrittura in tutte le sue forme. I miei racconti su 361 gradi hanno avuto un buon riscontro da parte dei lettori. Il mio racconto veniva quasi sempre pubblicato in prima pagina. Purtroppo poi i nostri impegni, miei e del resto della redazione, sono aumentati e 361 gradi è naufragato. La mia passione per la scrittura no, anzi, più crescevo e più simbolizzavo lo scrivere come una missione. Nel 2002 ho iniziato a pensare di scrivere un romanzo, poi ho iniziato a scriverlo. Dopo alcuni goffi tentativi ho trovato un tema che mi interessava molto e su cui mi veniva naturale scrivere: la perplessità. Perplessità relativa alla nostra epoca, al modo in cui gli umani si relazionano, alla politica, all’inappagabile bisogno di apparire dei miei contemporanei, al sadismo dell’essere umano nei confronti dell’ambiente, all’abuso di tecnologia, alla droga come veicolo di socializzazione tra i giovani. Ero perplesso e vedevo perplessità intorno a me. La vedevo nei miei amici, nei miei genitori, nei miei professori dell’università, nelle persone in metropolitana. Ero e sono perplesso su quello che accade nella mia epoca. Credo che la perplessità, la confusione, sia il primo passo verso il progetto di un mondo migliore possibile. Ma per confrontarsi col dubbio, per attraversare matrici di significazione egemoni, per decostruire vecchie risposte, per fare tutto questo ci vuole il coraggio e la fatica di ospitare nella coscienza la perplessità, porsi continuamente domande e non avere né la pretesa né fretta di trovare le risposte. E’ per questo che ho intitolato il mio romanzo “Storie di iperperplessi”. Nel 2005 l’ho finito e l’ho pubblicato a Luglio del 2009 per Edizioni Montag.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Non considero la razionalità e l’irrazionalità come due canali diversi o come due diverse fonti da cui attingere per creare. Credo che ogni atteggiamento, ogni comportamento, ogni creazione, ogni narrazione, tutto, sia l’esito dell’interazione due modi di essere della mente, quello irrazionale-inconscio-simmetrico e quello razionale-conscio-asimmetrico. Credo che questi due modi di essere della mente siano sempre compresenti e co-determinanti la creatività e ogni condotta dell’essere umano.
Cercando di rispondere in modo più lineare alle sue domande posso affermare che, porsi davanti ad un foglio bianco, secondo me, implica una regressione verso dimensioni profonde e irrazionali delle personalità, zone d’ombra difficilmente accessibili. La pagina bianca attrae pensieri sommersi, emozioni evacuate dalla coscienza.
La scrittura introspettiva, la ricerca della catarsi, la liberazione dei propri vissuti pesanti, spesso questi sono i motivi che spingono lo scrittore a prendere per la prima volta una penna in mano. Strutturare testi narrativi però è una cosa diversa, il tempo e le pagine bianche riempite insegnano a trasformare le emozioni in storie, ad armonizzare la dimensione pulsionale con la dimensione razionale e ad integrare razionalità e irrazionalità all’interno di un testo. Per concludere, credo che una narrazione piacevole proponga un equilibrio tra razionalità e irrazionalità ed è quello che provo a fare nei miei testi. In sintesi, in relazione al focus della domanda da lei proposta, posso affermare che nei miei testi mi pongo in modo equidistante dalla razionalità e dall’irrazionalità, cerco di fare in modo che queste due dimensioni siano in equilibro.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Beh, Moravia, stiamo parlando di un grande romanziere Italiano, il più grande considerando il fatto che Pasolini si è dedicato molto meno di lui ai romanzi. Moravia, dopo la malattia e il lungo periodo di convalescenza, ebbe il suo successo con gli Indifferenti a 22 anni e da allora ha potuto dedicarsi in modo sistematico alla scrittura. Per me la questione è diversa, non posso dedicarmi tutte le mattine alla scrittura altrimenti il mondo casca davvero. Mi dedico alla scrittura quando sono libero da impegni lavorativi (ho fatto l’educatore in una casa-famiglia per adolescenti a rischio nella periferia a Sud di Roma) e universitari (sono laureato in psicologia e attualmente sto ultimando il mio percorso di laurea specialistica in psicologia clinica).
Non ho dei rituali rigidi quando scrivo, mi piace avere tutte le finestre aperte, qualcosa da bere e il suono del silenzio intorno, tuttavia non trovo queste cose indispensabili per scrivere.
Di solito scrivo a casa, non sempre. Mi capita più spesso di scrivere la sera e la notte ma, se potessi, passerei tutta la mia vita a leggere, scrivere e viaggiare. Non attendo l’ispirazione, trovo stimoli a scrivere continuamente. Credo che se si guardi al mondo senza pregiudizi tutto diventi nuovo e affascinante. Certo, ci sono cose che mi colpiscono più delle altre, talvolta mi capita di sentire la necessità impellente di scrivere, come fosse una fiamma che rischia di spegnersi, si tratta d’intuizioni sfuggenti, insight rarissimi, pensieri divergenti, lampi, mi capita anche questo, ma scrivere per me è un’attività quotidiana.
La dimensione che fa spesso da sfondo alle mie narrazioni è la surrealtà che farcisce la realtà e, quando ci si pone delle domande senza la pretesa e la fretta di trovare le risposte, materiale da narrare ce n’è tanto sotto i nostri occhi. Credo sia questione di taglio, di punti vista.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Di un foglio bianco, delle mie cognizioni e delle mie emozioni. Le finestre aperte, il suono silenzio e qualcosa da bere sono elementi che gradisco, ma non sono indispensabili. Mi capita di scrivere in posti diversi, mi capita di farlo a casa, all’università, nei parchi, per strada, nell’autobus. Credo che le ossessioni e le compulsioni, i rituali, siano delle difese erette per difendersi dal fatto che la scrittura fa sprofondare nelle zone più buie della coscienza e anche dell’incoscienza. I rituali permettono allo scrittore di non perdere l’orientamento, di sapere sempre chi è di fronte all’oscurità e alla profondità del suo essere. Credo che i rituali diano tranquillità e sicurezza ma che, allo stesso tempo, limitino la facoltà di aprirsi completamente di fronte all’infinita possibilità di significati con cui dare senso ai mondi nudi. Ebbene, io quando scrivo amo perdermi, dimenticare chi sono e come vedo il mondo. Mi piace sprofondare nei mondi nudi. Davanti ad un foglio bianco, amo smarrirmi, attraversare matrici di significazione, sciogliere opinioni sature, difensive e reificate. E’ per questo preferisco fare a meno di rituali indispensabili quando scrivo, mi ricorderebbero continuamente chi sono e come vedo il mondo.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Io ho attraversato tutta l’Italia per fare due chiacchiere con la tomba di Pasolini a Casarsa della Delizia.
Gli scrittori del passato, dipende, non credo di scrivere all’ombra dei grandi poeti del passato come Keats e neanche “sputerei” sull’altare dell’arte come Marinetti. Non sono un iconoclasta e non credo neanche che l’arte si possa scomporre nelle categorie del prima e del dopo. Credo che l’arte sia sempre con un piede dentro e un piede fuori dall’epoca in cui viene prodotta. L’arte, secondo me, è nel tempo ma anche fuori dal tempo.
Gli scrittori del passato, sono debitore a molti di loro, ma anche a molti scrittori contemporanei. La mia passione per la lettura ha sempre affiancato quella per la scrittura. Ora ho ventisette anni, ho iniziato a leggere assiduamente intorno ai quindici anni, allora leggevo soprattutto autori di narrativa fantastica, Poe, Hoffman, Meyrink. Sempre in quel periodo ho letto molte opere dei poeti decadentisti, in particolare Baudelaire e Varlaine. Più tardi, verso i 18 anni, ho iniziato a leggere molti autori del neorealismo Italiano: Moravia, Pasolini, Pavese, Levi. Poi è venuta la mia passione per Freud che mi ha portato a iscrivermi a psicologia. All’inizio del mio percorso universitario leggevo soprattutto narrativa americana: Kerouak, Miller, Ginsberg, Bukowski, Carver, Wallace. Altri autori che ho letto durante il periodo universitario e che mi hanno colpito particolarmente sono: Prevért, Gibran, Blake, Whitman, Plath, Beckett, Ionesco, Bennett, Fo, Pirandello, Kafka, Pessoa, Orwell, Burgess, Twain, Dostoevskij, Jodorowky, Marquez, Hornby. Attualmente sto leggendo molta narrativa italiana contemporanea, in particolare, Raimo, Morozzi, Lodoli, Parrella, Pincio, Salas, Bonvicini, Pennacchi, Lupi.
Come è cambiata la mia relazione con gli scrittori del passato attraverso il tempo? Credo che il tempo mi abbia permesso di maturare come lettore. Quando era un lettore meno esperto mi capitava di idealizzare molto gli scrittori che stavo leggendo, di farne troppo precocemente dei geni portatori di verità assolute. Col tempo sono diventato un lettore più cauto e attento.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Io vivo a Roma da otto anni. Roma è un posto dove c’è una forte concentrazione di bravi scrittori, di associazioni, di case editrici, di vetrine, di luoghi e di eventi che gravitano intorno alla letteratura.
L’avvento delle nuove tecnologie, blog, social network ecc…, riduce certamente la distanza tra centro e periferia. Il recente successo del romanzo di provincia “Gli interessi in comune” di Vanni Santoni è una delle tante conferme che testimoniano le potenzialità delle nuove tecnologie inerenti la comunicazione. I blog, i social network, la piccola e media editoria, sono sicuramente degli elementi che ammortizzano la distanza geografica tra centro e periferia, tuttavia credo che i canali comunicativi che contano, quelli con grossa visibilità e distribuzione siano ancora retaggio di un’oligarchia editoriale. Credo che la dimensione della casta e la cultura familista che caratterizzano vari ambiti della società italiana non risparmino affatto letteratura. In sintesi credo che le nuove tecnologie abbiano diminuito la distanza geografica tra il centro e la periferia, ma mi sembra che allo stesso tempo il potere oligarchico editoriale determini chi sta vicino e chi sta lontano al di là della geografia.
Per quanto riguarda la geografia fisica, se è vero che le nuove tecnologie riducono la distanza tra centro e periferia, è anche vero che le occasioni di crescita e di sviluppo che offre una grande città, Roma per esempio, non sono quelle che offre un paesino di provincia o una piccola cittadina di periferia.
Le nuove tecnologie danno sicuramente una mano agli scrittori di periferia e alla diffusione della conoscenza nella periferia, ma esistono ancora luoghi di concentrazione di scrittori, Roma in primis, e soprattutto oligarchie editoriali centrali a cultura familista.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Non so se scrivere abbia migliorato o peggiorato il mio percorso di vita. Sicuramente scrivere mi ha cambiato.
La letteratura mi ha permesso allo stesso tempo di vestire e di spogliare la realtà. Non riesco neanche a immaginare la mia vita senza la letteratura. E’ per questo che non so dirle se scrivere abbia migliorato o peggiorato la mia vita e se abbia illuminato la via che conduce verso i miei desideri.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie a lei per l’attenzione e lo spazio che mi ha concesso.

http://www.fabriziocarucci.wordpress.com
Su questo blog potete leggere l’introduzione a “Storie di Iperperplessi” (Montag edizioni, 2009) e alcuni miei racconti inediti.

(Questa intervista è pubblicata anche sul blog “Sul Romanzo”).

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VIAGGIO SPAZIALE LOW COST

Ormai da molti anni abitavo sulla luna.
Decisi di tornare sulla Terra per vistare Shangri-La.
Zefiro e Albert sulla luna erano molto famosi e leggendarie erano le loro gesta. Sulla luna si parlava anche molto di Shangri-La, un paradiso perduto a cui solo Zefiro e Albert avevano accesso in tutto il sistema solare.
Trovai dei biglietti per la Terra a buon prezzo, una compagnia aerea offriva viaggi spaziali low cost, così non ci pensai su due volte e presi il primo volo spaziale per Roma.

Zefiro abitava in una casa viola vicino al Colosseo.
Era una casa di tre piani circondata da un enorme giardino.
Si accedeva all’interno della casa attraverso un portone enorme e altissimo che immetteva in un corridoio strettissimo e basso.
I pavimenti interni erano bordeaux, le pareti erano ricoperte di stagnola, il soffitto era a scacchi e bucherellato tipo Emmental.
Nel cortile c’erano fontane enormi, banani, baobab, elefanti a tre proboscidi che brucavano Sensimilla e panchine a forma di coccodrillo.
Di Zefiro avevo letto che non parlava mai. Tuttavia appena arrivai nella sua casa viola mi disse “Secondo me i pitoni li ingoiano i marmocchi anche se Gaia, il mio serpente che non è ancora nato, non ne ha mai inghiottiti”.
Cercai di fargli qualche domanda, di introdurre altri discorsi possibili. Non ci fu modo di farlo parlare ancora.

Dopo qualche giorno di silenzio e assenza di comunicazione Zefiro mi portò un pacco enorme.
Sembrava un imballo di una lavatrice o di un frigorifero.
C’era un fiocco sopra, azzurro.
Lo aprii.
Sul fondo del pacco c’era un foglietto a quadretti illibato e basta.
Quando alzai la testa per chiedergli spiegazioni Zefiro non c’era più.

Dopo un paio di giorni, mentre osservavo un elefante a tre proboscidi che rincorreva un gatto volante, Zefiro mi avvicinò e mi chiese se conoscevo Albert.
– Ho letto molto su Albert. Dissi. Parlami di lui.
– Albert è un napoletano col senno bislacco, una lunga chioma e il cammello portatile. Ha i baffi alla Nietzsche e somiglia a una bottiglia di Grand-Marnier. Albert è anche molto amico di Zoe.
– E chi è Zoe? Chiesi a Zefiro, lui però smise di parlare.

Cercai Zoe nell’ala oblunga del giardino per saperne di più su Albert.
Zoe era distesa su una panchina a forma di coccodrillo. Era una donna un po’ obesa, l’esser magra non era mai stata una sua pretesa. Mi sorrise e io anche a lei. Intorno a noi c’erano chele di granchio dappertutto, colibrì ubriachi e smergi impauriti. Le dissi che non avevo il torso peloso e che se voleva poteva controllare. Lei mi parlò della storia di una mimosa bianca, mi disse di seguirla, mi donò il suo corpo in uno scrigno, ma non mi svelò nulla di Albert.

Dopo aver goduto delle armoniose rotondità di Zoe tornai giù in giardino. Lì incontrai un uomo che se ne stava sotto un baobab a brucare Sensimilla insieme a un elefante a tre proboscidi. L’uomo indossava una giacca scozzese e una gonna a fiori, era bianco in viso e le sue guance erano verdi.
– Ma tu sogni? Gli chiesi
Lui rispose cordiale.
– Io sogno. Eccome se sogno. Spesso sogno di ninfee che ballano l’opera 27 dei Notturni di Chopin, oppure di bianche magnolie che lanciano fiamme.
– Come ti chiami? Gli chiesi
– Mi chiamo Baldovino. Disse e poi improvvisamente si trasformò in Zefiro.
– Sei pronto per partire? Mi chiese.
– Dove andiamo compagno muto parlante mutante? Gli chiesi e la voce potente di Albert sovrastò quella fievole di Zefiro.
– Vi porterò entrambi nel paese dove tutti vivono felici, ma possiamo restarci solo un dì.
Albert se ne stava su un banano, fumava la pipa e consultava il suo orologio sciolto. Era un uomo robusto, rosso di capelli, rosso vestito, bianco in viso e in mano aveva il suo leggendario cammello portatile.

Zefiro, Albert e io ci incamminammo su un sentiero verso il paese misterioso.
C’erano frammenti di conchiglie e sassolini colorati a segnare il nostro cammino.
Albert ci faceva strada ammazzando migliaia di serpentelli verdognoli col suo bastone magico.

Dopo aver camminato per un bel po’ ci trovammo davanti a un ruscello e Albert urlò “Benvenuti a Shangri-La”.
Appena disse quel nome i campi intorno al fiume si popolarono strani omini, il cielo diventò giallo, il sole azzurro, i prati e l’erba viola.
Gli omini ci accolsero festosi e ci offrirono boleri e molti dei loro averi.
Mi spogliai e corsi nell’erba viola.
Corsi per ore e ore, come per liberarmi da un’impurità fittizia.
Corsi fin quando fui sfinito e liberato come in un mistico esorcismo.
Zefiro non la smetteva più di parlare con gli alchimisti barbuti.
Albert amoreggiava con delle dolci donnine.
A Shangri-La erano bandite le umane debolezze.
Odio, invidia, avidità, insolenza, avarizia, ira, adulterio, adulazione; tutto ciò non esisteva a Shangri-La.
Gli abitanti di Shangri–La producevano cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e dedicavano il resto della giornata all’evoluzione alla conoscenza interiore della scienza e alla produzione di opere d’arte.

Un omino mi offrì una cornucopia piena di bacche, ne mangiai, poi osservai le nuvole assumere forme bizzarre.
Feci appena in tempo a visitare le cascate di coriandoli che le campane suonarono e il dì era finito.
Albert fece un cenno con la mano e io e Zefiro lo seguimmo muti tra i saluti.
Ripercorremmo all’inverso il sentiero che ci aveva portato a Shangri–La.
Al ritorno il sentiero mi sembrò inospitale e ostile, un serpente mi morse, il sangue scorse giallo e creò rosse pozze violacee in terra.
[ Dicembre 2005]

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Storie di iperperplessi (introduzione)

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“Storie di Iperperplessi” è scritto in prima persona ma non è assolutamente un romanzo autobiografico, è la storia di Silvano. Certo, Silvano ha qualcosa di me e io qualcosa di lui. Ma io sono Fabrizio, lui è Silvano. Tutti i personaggi, compreso il protagonista, Silvano, sono in parte collage di frammenti di persone che ho realmente conosciuto, in parte l’esito della mia immaginazione.

“Storie di Iperperplessi” è un racconto irreale, nel senso che è una narrazione di fatti che non sono mai accaduti e di persone che non sono mai esistite. Tuttavia tutta il romanzo si sviluppa in una cornice realista, a tratti surrealista. Il mio è un tentativo di narrare il surreale attraverso il reale.

Questo romanzo è stato scritto nel periodo compreso tra Febbraio 2002 e Agosto 2005.

Introduzione

Meglio volare appesi a un cappio o scaccolarsi appollaiati? E le vie di mezzo? Funzionano meglio? Cose tipo volare appollaiati o scaccolarsi appesi a un cappio.

Bah!

Scacchi ed io abbiamo fatto quasi tutto insieme: l’asilo, le elementari, le medie, il liceo, la prima sigaretta, la prima canna, il primo gruppo, il primo pezzo e un sacco di altre cose.

A 18 anni Io e Scacchi siamo andati a vivere a Roma insieme a Spliffo, che allora aveva 23 anni e l’intenzione di finire la ragioneria. Del nostro periodo di convivenza ricordo poco, ci svegliavamo alle 3 del pomeriggio e alle 6 cominciava il tavernello-time che finiva quando il primo di noi collassava. Durante i primi due mesi romani uscivamo di casa solo per i concerti, per la sala prove, per stare con Linda e Melania e per perdere tempo con Maia.

Ci fu un concerto che cambiò la vita di tutti e tre: Agnostic Front, 28 Ottobre 2001. A quel concerto successe di tutto.

Scacchi venne preso a pugni da un naziskin alto due metri e largo uno. Il naziskin si incazzò perché Scacchi nel pogo gli aveva dato involontariamente un pugno. Scacchi cercò di scappare e poi, quando si rese conto che era inutile, si fermò e cercò di calmarlo sbandierandogli sotto il naso il simbolo della pace più pratico da esibire, cioè un pugno chiuso con l’indice e il medio sollevati. Il naziskin però pensò che Scacchi lo stesse provocando, se la prese ancora di più e gli mollò un botto di calci in faccia e pugni nello stomaco. A quel concerto poi ho conosciuto Berta.

Dopo quel concerto le cose cominciarono ad andare diversamente: Berta divenne la mia ragazza ufficiale e cominciai a passare giorni, settimane, mesi sul letto con lei. Scacchi probabilmente si sentì solo e per placare paranoie varie si mise insieme ad Alina, una tizia snella e pulita con le tettone che aveva conosciuto all’università. Dopo un po’ a casa non parlava più nessuno, si era creata una situazione appiccicosa e sessocentrica perché Scacchi ed io stavamo con Alina e Berta e Spliffo metteva Gish a palla e si suonava la batteria sulle ginocchia tutto il giorno.

In quel periodo a Spliffo si leggeva in faccia che ne aveva piene le palle di me, di Scacchi, di Berta, di Alina, della ragioneria, di Roma, di tutto.

Un bel giorno Spliffo chiamò me e Scacchi in camera sua e ci disse pari pari che ne aveva piene le palle, che aveva deciso di abbandonare definitivamente la ragioneria e che tornava a Chickencity, il nostro paese natio.

In quel periodo la nostra padrona di casa non vedeva l’ora di vendicarsi con noi perché le arrivavano in continuo lettere dei vicini, lettere di lamentele del tipo: i ragazzi del terzo piano pisciano dal balcone, girano nudi per casa, fanno rumore perché non dormono la notte, sbagliano di continuo appartamento e molestano campanelli altrui, barcollano, sono figure losche perché sono pieni di buchi in faccia e hanno i capelli aggrovigliati che sembrano serpenti. I nostri condomini non ci amavano affatto, il tizio del piano di sotto poi ci aveva denunciati perché una volta un punkabbestia tedesco che abitava sotto il portico del nostro palazzo e che veniva spesso a trovarci gli aveva detto: Io sono Sasha, sono un punkabbestia e io la scopa la tu moglie perché io la girare le mondo. Vaglielo a spiegare al tizio del piano di sotto che Sasha scherzava e che in quel momento la sua capacità di intendere e di volere era sul fondo di una bottiglia di Brandy & Fanta. Sasha beveva solo Brandy & Fanta. Non mangiava quasi mai. Quando non aveva niente da fare intingeva l’ago nell’inchiostro di china e si tatuava. Il suo corpo, nelle parti raggiungibili dalle sue mani, era pieno di scritte e disegni che sembravano fatti da un bambino di tre anni. Sull’avambraccio si era scritto Katia ti amo, sull’addome aveva una svastica, sul torace una falce e martello, sulla mano un’aquila, sull’altra strani segni indecifrabili; una volta voleva tatuare anche me ma lo mandai affanculo.

Tornando alle lettere dei condomini, tutte finivano con la stessa frase: “Farei bene a preoccuparmi se fossi in lei sig.ra Bocchinbrillo.” La nostra proprietaria di casa, la signora Bocchinbrillo, aveva tantissime fobie e somigliava in maniera preoccupante alla professoressa di Paz, quella a cui Zanardi sgozza il gatto. La signora Bocchinbrillo per aggirare il problema che rappresentavamo per il condominio fece una scelta strategica: affittò la camera di Spliffo a una vipera-fighetta con annesso boy-friend palestrato. Si chiamava Sandra, l’annesso si chiamava Antonio ma Scacchi ed io lo battezzammo subito zio Tarricone; questo lo innervosiva al punto di farlo diventare a volte simile all’incedibile Hulk. Tuttavia non ebbe mai il coraggio di dircelo e noi decidemmo di continuare a chiamarlo così fino a farlo scoppiare. Sandra appena vide la cucina cominciò a stressarci perché era “un ripostiglio di cadaveriche reliquie di cene alcoliche”, così definiva lei il nostro habitat. In effetti non era pulitissima, c’erano pezzi di carne rinsecchiti attaccati al pavimento e sugo, olio e vino sulle pareti le facevano sembrare dipinte da Pollock, ma a noi piaceva così. Cercammo di negoziare una soluzione possibile con Sandra ma le cose andarono peggio che tra Sharon e Arafat e cominciò la guerriglia domestica.

Lei, banalmente, cominciò a spedire lettere di lamentele alla signora Bocchinbrillo e Scacchi ed io cominciammo a metterle il sale nel dentifricio, il furetto di Alina nel letto e altre cose del genere, presto però ci accorgemmo che questa era peggio di Sharon. Passammo due mesi di guerriglia domestica, poi Scacchi cominciò ad andarci pesante, Sandra non riuscì a resistere e dopo tre giorni lasciò la camera.

Fu allora che io e Scacchi decidemmo di occupare la camera lasciata da Sandra. Funzionava così: la Bocchinbrillo metteva l’annuncio sul Porta Portese col suo numero e ci mandava un sacco di persone a casa perché mostrassimo loro la camera, noi le accoglievamo a tarallucci e vino e loro di solito scappavano senza nemmeno dare un’occhiata alla camera, si fermavano alla cucina, osservano i cadaveri sul pavimento, i Pollock sulle pareti e scappavano dicendo che si aspettavano qualcosa di diverso.

Con le coperte e con i vestiti costruimmo una capanna nella camera occupata e la adibimmo a camera dell’amore e della fattanza.

Poi successe che un giorno, dopo due mesi di pseudo-occupazione, la proprietaria si infilò in camera approfittando della nostra assenza e la affittò a una tizia spagnola che doveva fare sei mesi di Erasmus. La spagnola si chiamava Neus e in poco tempo si adattò abbastanza bene a noi.

Intanto Berta diventava sempre più importante per me e Alina lo diventava per Scacchi, assorbivano tutte le nostre energie e spesso non ci rimaneva nemmeno la forza di parlare e divertirci insieme. S’era rotto qualcosa, né io né Scacchi capivamo bene cosa, non facevamo ipotesi, semplicemente evitavamo di parlarne.

Senza pensarci troppo, dopo qualche mese, andai a vivere con Berta a San Lorenzo, un quartiere di Roma. I primi quattro o cinque mesi andò tutto alla grande, non ci sembrava vero di convivere, poi si fece viva la voglia di sperimentare il mondo e con questa la gelosia e di conseguenza scazzi e intrallazzi.

Ci teneva insieme una miscela di amore gelosia e dipendenza che ci faceva fare cose come buttarci di tutto appresso, cacciarci vicendevolmente di casa in piena notte e altri sfregi del genere. Quando trovammo il coraggio di affrontare la svolta e di dividerci cambiammo casa ma continuammo a vederci, amarci e odiarci. Andai a vivere sulla Nomentana con il Mantovano, un tizio che scriveva su un giornale di sinistra e sembrava saltato fuori da un romanzo di Moravia, e Glauco, un farlocco parecchio tranquillo che studiava sociologia da una quindicina d’anni. Berta andò a vivere in via dei Marsi con una tizia che si chiama Gianna. Dopo il trasferimento vedevo Scacchi di tanto in tanto, Spliffo per niente e con Berta era un su e giù permanente, mi sentivo come l’H2O senza i due atomi di H.

Berta era parecchio assurda, desiderava il black-out della testa e per addolcirsi regalava iris agli sconosciuti e sassi di Filicudi alle persone che amava. Si sforzava di essere un nocciolo come quello delle pesche, duro fuori e tenerissimo dentro; era colorata, portava spesso un cappuccio viola sui dread neri, una sciarpetta verde attorcigliata intorno a un collo fino fino, un cappottino arancione da bimba abbottonato solo con il bottone più in alto, i pantaloni di velluto a zampa appiccicati alle gambe snelle, quei pantaloni di velluto che sono un collage di toppe di tutti i colori, quelli che se ne trovano tanti a via Sannio. Saltava di posto in posto come se niente fosse: Roma, Napoli, Bologna, Berlino, Amsterdam, Londra, Dublino, Praga, scivolava su e giù e pretendeva che niente cambiasse, che io restassi sempre lo stesso.

Mi capitava spesso di passare sotto casa sua, c’era sempre la tapparella chiusa a metà, di solito fumavo una sigaretta, facevo un tentativo al citofono e mi rispondeva sempre Gianna, una ragazza magrissima, spigolosa e rasata che somigliava un po’ alla Gianna di Paz. Finiva sempre che mi faceva salire e mi diceva Berta è qua e Berta è là, mi offriva un tè e cominciava a parlarmi di rivoluzioni, occupazioni, molotov, manifestazioni, l’iniziativa al Panorama di Pietralata, la Diaz, i manganelli, l’area dell’Ernesto, i leninisti, gli umanisti, i perbenisti, i pariolini, i fighetti, i coatti, gli impasticcati, i fasci, i pink, i punk, i black-block, i questi, i quegli altri, il movimento, la guerra che quegli stronzi che chiamano pace, Action, Indymedia, l’informazione pulita, cose come: hai letto su http://www.carta.org, http://www.fuoriluogo.it, i fasci coi coltelli fanno i manifesti rossi come noi e le persone non capiscono più se sono i loro o i nostri, l’occupazione all’ex cinodromo per il diritto alla casa, il libro di Antonio Castro, lotta continua, Auro Bruni a Roma, Carlo Giuliani a Genova, Valerio Verbano, Daniele avevo solo 19 anni.

L’editing di Storie di Iperperplessi è stato curato da Chiara Merli.

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