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Storie di Iperperplessi – Booktrailer

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VIAGGIO SPAZIALE LOW COST

Ormai da molti anni abitavo sulla luna.
Decisi di tornare sulla Terra per vistare Shangri-La.
Zefiro e Albert sulla luna erano molto famosi e leggendarie erano le loro gesta. Sulla luna si parlava anche molto di Shangri-La, un paradiso perduto a cui solo Zefiro e Albert avevano accesso in tutto il sistema solare.
Trovai dei biglietti per la Terra a buon prezzo, una compagnia aerea offriva viaggi spaziali low cost, così non ci pensai su due volte e presi il primo volo spaziale per Roma.

Zefiro abitava in una casa viola vicino al Colosseo.
Era una casa di tre piani circondata da un enorme giardino.
Si accedeva all’interno della casa attraverso un portone enorme e altissimo che immetteva in un corridoio strettissimo e basso.
I pavimenti interni erano bordeaux, le pareti erano ricoperte di stagnola, il soffitto era a scacchi e bucherellato tipo Emmental.
Nel cortile c’erano fontane enormi, banani, baobab, elefanti a tre proboscidi che brucavano Sensimilla e panchine a forma di coccodrillo.
Di Zefiro avevo letto che non parlava mai. Tuttavia appena arrivai nella sua casa viola mi disse “Secondo me i pitoni li ingoiano i marmocchi anche se Gaia, il mio serpente che non è ancora nato, non ne ha mai inghiottiti”.
Cercai di fargli qualche domanda, di introdurre altri discorsi possibili. Non ci fu modo di farlo parlare ancora.

Dopo qualche giorno di silenzio e assenza di comunicazione Zefiro mi portò un pacco enorme.
Sembrava un imballo di una lavatrice o di un frigorifero.
C’era un fiocco sopra, azzurro.
Lo aprii.
Sul fondo del pacco c’era un foglietto a quadretti illibato e basta.
Quando alzai la testa per chiedergli spiegazioni Zefiro non c’era più.

Dopo un paio di giorni, mentre osservavo un elefante a tre proboscidi che rincorreva un gatto volante, Zefiro mi avvicinò e mi chiese se conoscevo Albert.
– Ho letto molto su Albert. Dissi. Parlami di lui.
– Albert è un napoletano col senno bislacco, una lunga chioma e il cammello portatile. Ha i baffi alla Nietzsche e somiglia a una bottiglia di Grand-Marnier. Albert è anche molto amico di Zoe.
– E chi è Zoe? Chiesi a Zefiro, lui però smise di parlare.

Cercai Zoe nell’ala oblunga del giardino per saperne di più su Albert.
Zoe era distesa su una panchina a forma di coccodrillo. Era una donna un po’ obesa, l’esser magra non era mai stata una sua pretesa. Mi sorrise e io anche a lei. Intorno a noi c’erano chele di granchio dappertutto, colibrì ubriachi e smergi impauriti. Le dissi che non avevo il torso peloso e che se voleva poteva controllare. Lei mi parlò della storia di una mimosa bianca, mi disse di seguirla, mi donò il suo corpo in uno scrigno, ma non mi svelò nulla di Albert.

Dopo aver goduto delle armoniose rotondità di Zoe tornai giù in giardino. Lì incontrai un uomo che se ne stava sotto un baobab a brucare Sensimilla insieme a un elefante a tre proboscidi. L’uomo indossava una giacca scozzese e una gonna a fiori, era bianco in viso e le sue guance erano verdi.
– Ma tu sogni? Gli chiesi
Lui rispose cordiale.
– Io sogno. Eccome se sogno. Spesso sogno di ninfee che ballano l’opera 27 dei Notturni di Chopin, oppure di bianche magnolie che lanciano fiamme.
– Come ti chiami? Gli chiesi
– Mi chiamo Baldovino. Disse e poi improvvisamente si trasformò in Zefiro.
– Sei pronto per partire? Mi chiese.
– Dove andiamo compagno muto parlante mutante? Gli chiesi e la voce potente di Albert sovrastò quella fievole di Zefiro.
– Vi porterò entrambi nel paese dove tutti vivono felici, ma possiamo restarci solo un dì.
Albert se ne stava su un banano, fumava la pipa e consultava il suo orologio sciolto. Era un uomo robusto, rosso di capelli, rosso vestito, bianco in viso e in mano aveva il suo leggendario cammello portatile.

Zefiro, Albert e io ci incamminammo su un sentiero verso il paese misterioso.
C’erano frammenti di conchiglie e sassolini colorati a segnare il nostro cammino.
Albert ci faceva strada ammazzando migliaia di serpentelli verdognoli col suo bastone magico.

Dopo aver camminato per un bel po’ ci trovammo davanti a un ruscello e Albert urlò “Benvenuti a Shangri-La”.
Appena disse quel nome i campi intorno al fiume si popolarono strani omini, il cielo diventò giallo, il sole azzurro, i prati e l’erba viola.
Gli omini ci accolsero festosi e ci offrirono boleri e molti dei loro averi.
Mi spogliai e corsi nell’erba viola.
Corsi per ore e ore, come per liberarmi da un’impurità fittizia.
Corsi fin quando fui sfinito e liberato come in un mistico esorcismo.
Zefiro non la smetteva più di parlare con gli alchimisti barbuti.
Albert amoreggiava con delle dolci donnine.
A Shangri-La erano bandite le umane debolezze.
Odio, invidia, avidità, insolenza, avarizia, ira, adulterio, adulazione; tutto ciò non esisteva a Shangri-La.
Gli abitanti di Shangri–La producevano cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e dedicavano il resto della giornata all’evoluzione alla conoscenza interiore della scienza e alla produzione di opere d’arte.

Un omino mi offrì una cornucopia piena di bacche, ne mangiai, poi osservai le nuvole assumere forme bizzarre.
Feci appena in tempo a visitare le cascate di coriandoli che le campane suonarono e il dì era finito.
Albert fece un cenno con la mano e io e Zefiro lo seguimmo muti tra i saluti.
Ripercorremmo all’inverso il sentiero che ci aveva portato a Shangri–La.
Al ritorno il sentiero mi sembrò inospitale e ostile, un serpente mi morse, il sangue scorse giallo e creò rosse pozze violacee in terra.
[ Dicembre 2005]

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