Storie di Iperperplessi – Booktrailer

VUOI PARLARE, PER FAVORE?

Vuoi parlare, per favore?

 

 

Anna è partita. Al parchetto di San Lorenzo il sole sbatte sull’erba, i coatti litigano con i punkabbestia e fanno casino perché non si mettono d’accordo su chi deve vendere il fumo a dei pariolini. Mi allontano e mi stendo sull’erba, mi guardo i piedi, mi tornano in mente le tette tonde di Anna, mi prude il naso, mi gratto, mi annoio, mi alzo, mi stendo, mi rialzo e un po’ apatico vado nel cortile della facoltà. C’è una festa di giocolieri che se ne stanno spalmati al sole con i diablo nei tascapane militari. Gli impasticcati se ne stanno in un angolo e molleggiano sulle barche. Le femministe del collettivo appendono manifesti alla parete, leggo: “Elezioni studentesche 11 e 12 maggio… visto che non li vedete mai… INFO per l’uso: comunione e liberazione hanno votato l’aumento delle tasse, università in movimento, movimento de che?, appalti e mafie di ieri e di oggi”. C’è una tizia carina che ho visto al corso di psicologia clinica, è bionda vera e magra magra, sembra un’attrice che ho visto in non so che film, c’è la tizia di Lecce coi capelli rossi e la cinta borchiata che parla sciolta con il tizio di Campobasso col dalmata, c’è la moretta col piercing al labbro che mi guarda e io pure lei da 3 o 4 anni ma non abbiamo mai parlato, c’è Gino che butta la bottiglietta d’acqua a un cane marrone che la rincorre e abbaia, ci sono i leninisti di Potenza, c’è il tizio rasato con la barba di Autonomia sarda che si mette sempre la mimetica e la maglia dei CCCP, ci sono tutti, ognuno si fa i cazzi suoi e io apro un libro di Donata Francescato.

Vuoi parlare, per favore?, mi fa una voce di ragazza. Alzo lo sguardo e vedo Irene, una biondina che sembra olandese ma è di Ravenna. La guardo in silenzio.

Vuoi parlare, per favore?, ripete.

Di cosa?

Che ne so? Quello che stai leggendo, quello che pensi, quello che ti pare.

Finisco di leggere sto pezzo.

Ti dispiace leggere ad alta voce?

No, dico e leggo: “Molti giovani sono apatici, poco interessati a problemi sociali di cui non vedono la soluzione; preferiscono non definirsi né in politica né in altri campi, esitano a divenire adulti, non si sposano, né cercano un lavoro stabile; spesso si fanno mantenere dai genitori, studiando senza troppa fretta per arrivare alla laurea; quando sono più socievoli vivono con amici, suonano strumenti, girano filmetti, si divertono, viaggiano con pochi soldi”.

Interessante, dice Irene.

Siamo una generazione di iperperplessi, dico.

Restiamo in silenzio con le pupille che zigzagano per l’imbarazzo.

Vuoi parlare, per favore?, ripete Irene dopo un po’.

Parlami tu. Raccontami qualcosa di te.

Ti racconto di me da bambina?

Benissimo.

Io da bambina stavo così bene, allora le cose mica andavano così, quando ero bambina il tempo ancora non l’avevano inventato, passavo le giornate nei campi a parlare con i ragni e le lucertole e a immaginare storie col mio fratellino, immaginavamo storie e poi le vivevamo, ci passavamo le giornate così. Da piccola ero convinta di essere amica degli insetti tipo Phenomena, glielo dicevo sempre alle mie amiche che le api a me non mi pungono, ma loro non mi credevano e io un giorno mi sono vendicata: le ho portate vicino al fiume, ho fatto cadere due alveari e le api sono impazzite, hanno morso dappertutto le mie amiche e a me mi hanno lasciato in pace. Io da piccola ero convinta di essere un maschio, stavo sempre coi maschi, ci sono rimasta così male quando mi sono venute le mestruazioni, a casa erano tutti contenti e io per niente invece. Poi, al liceo, c’era un professore di storia e filosofia che mi piaceva tantissimo, ci andavo d’accordo all’inizio, studiavo e andavo bene, lui mi stimava e io stimavo lui, poi è impazzito, ha cominciato a trattarmi malissimo, a farmi le battutine, mi rendeva ridicola, non lo sopportavo più e ho cambiato scuola e sono andata a vivere a Ferrara, lì ho conosciuto Maddalena e dopo il liceo sono andata a vivere a Bologna con lei, ci siamo iscritte a Filosofia, ma per due anni non abbiamo fatto niente, ci siamo trasferite a Roma e ci siamo iscritte a Psicologia. Sto seguendo, sto dando qualche esame, ma sto odiando questa facoltà perché ci si entra con la voglia di migliorare il mondo e si esce con un prodotto di qualità da spacciare e pubblicizzare… Capisci che voglio dire?

Sì.

Ma ti sto antipatica? Puzzo? Che ho? Vuoi parlare, per favore?

Ti sto ascoltando. Raccontami tu, ieri sera sono andato a un concerto grind a Torre Maura e oggi sto un po’ così.

La mia coinquilina è impazzita. Ha preso un cane, l’ha chiamato Baghera e a casa sta sempre apatica, non pulisce, non dà niente da mangiare al cane, non parla, non studia, non si droga, non beve, non fa niente, io non so che fare, veramente, io proprio non so che fare, da quando sono arrivata a Roma ho cambiato 7 case in 5 anni, ora sono fuori corso, fuori sede, fuori dal mondo, fuori dal tempo e dallo spazio, fuori da tutto e non ce la faccio a traslocare tutto di nuovo, poi ci si mettono pure ‘ste cose assurde che ci fanno studiare e ci propinano come dogmi, ‘sto controllo ossessivo, ‘sti esami a crocette, voglio dire, se la vedo con una logica di mettere cemento sul cemento mi va pure bene, ma altrimenti… ma vuoi parlare, per favore?

Ti ascolto.

Ma perché nessuno ha voglia di parlare? Forse perché ho le tette piccole o il culo molle? Dimmi la verità… è per questo che non mi parli? E’ così?

Ma che dici? Ti ascolto.

Mi preoccupa questa cosa, veramente, io ho paura di non capirmi più con le persone, con Maddalena prima era un’altra cosa, pensavamo insieme, eravamo una simbiosi,  ora ho paura di essere giudicata, sto sempre agitata, non parlo e non parlo, parlo e parlo troppo o dico stronzate, non bevo e sono noiosa, bevo e sono petulante; veramente, io non so che fare, torno a Ravenna e non mi ci ritrovo più, resto e Roma e mi sento sola nella babilonia, penso e non studio, studio e non penso, bah. Non riesco a trovare un canale per esprimermi, ho comprato un cane e me lo porto sempre a Villa Gordiani, l’ho chiamato Armando ma non mi basta, io ho bisogno di gemellarmi… ma vuoi parlare, per favore?

Ti ascolto Irene.

Ma vuoi parlare, per favore?

Te l’ho detto, sto strano oggi, il concerto mi ha stravolto, mi sento sotto a un tir, non mi va, vado, mi dispiace.

Ma che ho che non va? Perché fanno tutti così con me? Le femmine mi evitano e i maschi mi parlano giusto cinque minuti smezzati tra il pre e il post orgasmo, loro, perché io un orgasmo vero non l’ho mai avuto…

Non è colpa tua. Sono io che sto un po’ così. Dico.

E’ un problema di colori che mi fanno sprofondare e le sfumature nelle gocce e gli arcobaleni e le cose che vedo io e che gli altri non noteranno mai. Il giorno e la notte e la neve e il sole e il detersivo per i piatti e la scala e lo spalaneve e i serpenti velenosi e i cactus e le piante grasse in generale e i mammiferi e la poliandria e l’ontogenesi e la filogenesi e gli eucarioti e i procarioti e i millepiedi e i treppiedi e i treni partono in ritardo e non sopporto la pubblicità alla TV e uno e due e tre e il gelato alla vaniglia e il barbiere di Siviglia e rosso e blu. Ma vuoi parlare, per favore?

Sto un po’ così oggi, il concerto grind, Torre Maura… dico.

Ciao, dice, tira fuori il diablo dal tascapane militare e si mette a giocherellare.

Note’n’Book 5/3 alle Officine Pigneto – Via del Pigneto 215 ( Roma)

Note’n’Book 5/3 alle Officine Pigneto – Via del Pigneto 215 ( Roma)

Venerdi 5 Marzo, alle OFFICINE PIGNETO di Roma, presenterò brevemente Storie di Iperperplessi e leggerò alcuni RACCONTI BREVI. Daniele Crespini (CroissantDj) selezionerà musica. BUONA MUSICA.

Note’n’Book 5/3 alle Officine Pigneto – Via del Pigneto 215 ( Roma)
Luogo:Officine – Via del Pigneto 215 ( Roma)
Ora:venerdì 5 marzo 2010 22.00.00

FINO A NON AVERE PIU’ SOGNI

FINO A NON AVERE PIU’ SOGNI

All’inizio degli anni ’80, grazie alla buona parola dell’assessore Giorgione, Federico fu assunto da una grande azienda commerciale di generi alimentari come addetto al magazzino. Era un lavoro faticoso e ripetitivo ma per lui non era un problema. Si trattava di un posto fisso e questo era essenziale per lui. La sicurezza remunerativa si conciliava col suo sogno di sempre, quello di mettere su una famiglia e di garantire ai suoi figli una vita migliore della sua.                                                                     
Pochi mesi dopo l’assunzione Federico  sposò Laura, la sua donna di sempre.  Nell’85 nacque Gianni e l’assessore Giorgione gli fece da compare di battesimo.  Qualche anno dopo i Cozzolino diventarono genitori di due favolosi gemelli, Giulio e Barbara.

Federico era un uomo forte, pensava lui a tutto.  Il fatto di essere l’unico a lavorare nella sua famiglia lo riempiva di orgoglio. Così aveva fatto suo padre, così aveva fatto suo nonno e lui non voleva essere da meno. Era un uomo instancabile Federico, capace di assemblare anche centoventi pedane al giorno. Il suo stipendio era sufficiente ai Cozzolino per soddisfare tutte le esigenze della famiglia e per mettere da parte un po’ di soldi, tanti quanti ne bastavano per coltivare il sogno di un futuro migliore per i loro figli.

Gli anni passavano, la vita dei Cozzolino era un po’ ripetitiva, i sacrifici erano all’ordine del giorno, tuttavia non erano un problema, guardare negli occhi i loro figli li ripagava di tutto. Gli occhi dei loro ragazzi rendevano Federico un uomo forte e Laura una donna felice.

Nell’anno del Giubileo Federico ebbe dei problemi alla schiena e subì un’operazione all’ernia del disco. Dopo l’operazione Federico non era più così forte. Riusciva ad assemblare circa sessanta pedane al giorno e il suo stipendio mensile si era ridotto.
Improvvisamente Federico e Laura  si trovarono davanti a tre possibilità, rinunciare ai beni di prima necessità, rinunciare all’orgoglio o rinunciare al loro sogno. Cominciarono ad attingere al loro sogno, pezzo dopo pezzo, fino a non avere più un sogno. Esauriti i sogni decisero di attingere dall’orgoglio e Laura iniziò a lavorare come operatrice addetta alle pulizie. I problemi però aumentavano invece di diminuire e il budget mensile dei Cozzolino somigliava sempre più a una coperta troppo corta.

Federico decise che era il momento di cambiare qualcosa e iniziò a pensare. Trovò la soluzione ai suoi problemi chiacchierando durante la pausa mensa con il suo collega Giuseppe Scarpetta che era nella sua stessa situazione. Pensa e ripensa i due arrivarono alla conclusione che, a quarantacinque anni, l’unica cosa che potevano tentare era quella mettere su un’azienda. Per fare gli imprenditori però necessita un capitale di partenza. Federico e Giuseppe decisero di procurarselo. Ci riuscirono riscuotendo in anticipo la liquidazione e ipotecando le loro case.

Federco e Giuseppe misero su un’azienda agricola. I prodotti della Cozzolino&Scarpetta erano ortaggi e frutta BIO.
Nei primi due anni di attività il guadagno fu buono, durante il terzo anno il fatturato si abbassò di poco. Il quarto anno invece fu terribile, i conti dell’azienda crollarono del tutto. Il bombardamento mediatico dei rifiuti che invadevano Napoli e l’informazione sul forte smaltimento illegale di rifiuti tossici in Campania fecero abbassare bruscamente le vendite della Cozzolino&Scarpetta. Successivamente la crisi economica mandò in profondo rosso i conti. Il bilancio del 2008 registrò un saldo negativo di 78mila euro.                                                            
Ormai Federico era un uomo debole e senza orgoglio. I Cozzolino avevano la casa ipotecata e un sacco di debiti della Cozzolino&Scarpetta da pagare. A Federico rimaneva solo l’onestà. Decise di rinunciare anche a quella e, con con l’accordo di Giuseppe, tramite l’assessore Giorgione, propose la Cozzolino&Scarpetta alla malavita organizzata.                           
Fu così che la Cozzolino&Scarpetta divenne un’azienda-lavatrice. Ora l’azienda non doveva più vendere ma fingere di vendere.  La sua nuova funzione  era quella di riciclare soldi sporchi provenienti dal pizzo, dai videogiochi illegali, dalla vendita di droga e dallo smaltimento illegale dei rifiuti. Il riciclaggio doveva avvenire attraverso la Cozzolino&Scarpetta che, emettendo fatture false, avrebbe lavato il denaro sporco. Federico e Giuseppe furono arrestati appena finirono di compilare la prima fattura farlcocca.  Unici imputati del processo, Federico Cozzolino e Giuseppe Scarpetta, furono condannati per  associazione a delinquere di stampo mafioso.

IRENE

IRENE

alzava e abbassava
gli occhi da un tomo azzurro

aveva uno specchio
appeso a una parete gialla
nella sua tana
ci si guardava spesso
e la sua faccia le sembrava ogni volta diversa

trovava sempre nuove angolazioni
per vedere i giochi di luce che la disegnavano

gli specchi
e le vetrine che la riflettevano
non le bastavano più
guardarsi con gli occhi di un altro
le sarebbe piaciuto parecchio

mordicchiava la penna un po’
il vento che entrava dalla finestra
le metteva le ali ai capelli
la riga che leggeva era sempre la stessa
-l’uomo è un animale sociale- c’era scritto
l’aveva sottileneata quella riga
l’aveva perfino evidenziata di giallo
-come mi vedono gli altri?- si chiedeva
e si accarezzava le unghie
poi le limava un po’
poi si trovava spalmata sul letto
col depilatore che le strappava
i pelucci neri neri

MA CHI E’ INOX?

MA CHI E’ INOX?

L’ho chiesto a Berta, Chi è INOX?
Che ne so. Perché mi fai ‘ste domande poi?, mi ha risposto lei.

Che poi me lo chiedo spesso: Chi è INOX?
Berta mi ha detto che è uno a cui piace a fare le tag.
Lo so anch’io che gli piace fare le tag. Ma chi è?
Le facciate dei palazzi e dei negozi, i cassonetti, i semafori, i cancelli, le metropolitane, gli autobus: su ogni cosa a Roma c’è scritto INOX.

Ho detto a Berta che voglio proprio sapere chi è INOX.
Berta ha detto che a lei non gliene frega niente di INOX e si è messa un dito nei dread.

Io lo cerco lo stesso, sono stanco di non fare niente tutto il giorno.
Senti Berta te lo dico pari pari: mi hai stancato, le faccio a una certa e mi fisso sulla televisione che c’è la puntata dei Simpsons coi Korn.
Lei fa l’offesa.
Dai, dico, Non fare quella faccia.
Sei il solito presuntuoso, il solito stronzo, sbronzo e non sbronzo sei stronzo comunque… mi hai stancato, sei alienante, non ti sopporto. Dice.
Sei isterica e paranoica, fumati una canna, fatti una camomilla, calmati, ultimamente mi metti agitazione, stress, non ti sopporto. Perché non te ne vai? Dico.
Ok. Me ne vado, non cercarmi più però, neanche quando sei in paranoia, non fare come al solito che ti scopi qualcuna per 4 o 5 giorni, poi torni con la faccia da ebete e mi chiedi perdono.
Ma chi ti credi di essere? Vai, non torno, non ti preoccupare, faccio e lei se ne va, anche il sole con lei.

Non ho mai un ombrello.
Con la pioggia ho un pessimo rapporto, per me quando piove bisogna rintanarsi, barricarsi in casa, mettersi al sicuro. Il mondo però va avanti, sempre uguale, sia che piova, sia che non piova; non sembra strano, ma a pensarci un poco lo è.

INOX; ci saranno migliaia delle sue tag qui a Roma, ma chi è INOX?

Squilla il telefono, è Berta.
Vado da Sebastiano stasera, a Piazza Vittorio, mi fa, Vuoi venire?
Sì ci vengo, non ho niente da fare, non ho mai niente da fare e tu mi stressi, mi sta sulle palle Sebastiano, lo sai no? Dico.
Perché dici così? Allora vieni o no?
Ho già risposto, ci vengo, ma perché vuoi andare da Sebastiano? Lo sai no che mi sta antipatico?
Senti. Sono stanca dei tuoi giudizi, le cose stanno cosi: io vado da Sebastiano, tu se vuoi venire dimmelo che ti passo a chiamare tra una mezz’ora, ora ciao.

Sebastiano è il solito coglione, se la tira come sempre, fa l’intellettualoide, si accarezza la testa un sacco stempiata, fa delle espressioni che sembrano maschere, si muove come una lumaca imbranata, chi crede di essere questo? Non lo sopporto e intanto me lo sorbisco che parla della società utopica platonica. Berta si finge interessata, io anche, ma l’unica cosa che vorrei fare è tirargli un calcio nelle palle. Parla così lentamente, con quell’aria saccente, non si scompone, non muove un muscolo, è finto. Ogni volta che non è d’accordo su qualcosa sorride e annuisce, come se gli altri fossero troppo stupidi per vedere le cose nell’unico modo giusto che tollera, cioè il suo. Sebastiano conosce un sacco di cose, ma mi sa non gli importa nulla di nulla; se legge lo fa appropriarsi di un sapere da sfoggiare, se scrive lo fa per autocontemplarsi, non è capace di parlare con persone che ne sanno più di lui su qualcosa.
Dirige la conversazione, è così formale, sta parlando delle abitudini culinarie portoghesi, io ho sempre più voglia di tirargli un calcio dritto nelle palle, Berta si finge ancora interessata, sembra una marionetta stupida.
Che palle, dico.
Sebastiano sorride e annuisce.
Sei cretino? Che hai da sorridere, ti sto dicendo che mi hai rotto le palle e tu sorridi: sei proprio idiota, penso, Berta se ne accorge, mi lancia una delle sue occhiate parlanti e me ne sto zitto.
Dopo un po’ degenera, dalla cucina portoghese passa a parlare di Requiem, di Tabucchi, delle Tentazioni di Sant’Antonio, Janelas verdes dream, Bosch, herpes zoster, Il guardiano del faro, Il copista come autore, il controllore del treno, l’evento, Freud, Jung, l’archetipo, Adler e la psicologia dell’omosessualità.
Berta si addormenta per qualche secondo poi rinviene, si lega i dread e tira fuori una faccia che sembra una maschera, è palese che non gliene frega niente e soprattutto che non capisce nulla di quello che dice Sebastiano ma si ostina a fingersi interessata, io bestemmio e soffro.
Sebastiano sta per cominciare un discorso sulla filosofia crociana al che lo fermo: Ora hai superato ogni limite, sbotto, Hai rotto veramente le palle. Sei capace di parlare di cose normali? Sei, per dirla a modo tuo, l’impersonificazione dell’intellettualizzazione, per dirla a modo mio sei un gran rompipalle.
Berta mi lancia una delle sue occhiate. Sebastiano come al solito sorride.
Io me ne vado. Tu vieni?, chiedo a Berta.
No. Risponde Berta.
Ciao Sebastiano, per quanto cerchi di nasconderlo sei un idiota e si vede benissimo, gli faccio, mi chiudo la porta dietro e mi dirigo verso la stazione del trenino della Casilina, direzione Tor Pignattara, a casa di Scacchi.

E’ carina la tizia, penso. Automaticamente le chiedo l’accendino e lei me ne passa uno a pois, mi guarda, la guardo, Le dico qualcosa? Che dico? Boh. Saliamo sul trenino della Casilina, io la guardo, lei mi guarda, Porta Maggiore, chissà dove scende? Se scende prima di me la seguo e le dico qualcosa, che dico? Bah. Filarete, scende e scendo anche io, lei mi guarda, io la guardo, camminiamo fianco a fianco, la guardo con la coda dell’occhio e lei pure credo, attraversa, attraverso anche io.
Hai una sigaretta? mi fa. Gliela dò e me ne metto una in bocca, lei mi fa accendere con un accendino verde.
Hai cambiato accendino?, chiedo.
Questa è la borsa degli accendini, sorride, Dove vai?
A Tor Pignattara.
Anche io.
Io no. Dico. E svolto verso il Pigneto.
Ciao, mi fa.
Ciao, le faccio.
Stupido, penso. Perché fai ‘ste cose assurde? Berta non esiste, ripigliati, Berta non esiste. Torno? Non torno? N’do vado? Che dico? Vado da Scacchi? Berta non esiste. Citofono a Scacchi. Berta non esiste, Berta non esiste. L’abbraccio è un bisogno primario? L’abbraccio è un bisogno primario? L’abbraccio è un bisogno primario? Berta non esiste, Berta non esiste. Scacchi mi aspetta sulla porta: Ciao, sorride.
Berta non esiste, dico e me ne vado. Attraverso tutto il Pigneto, mi ritrovo su Via Prenestina, lì prendo un tram a caso alla fermata Giussano.

Io so fare tutto: idraulico, muratore, paraculo, magnaccia, pusher, radiotrasmettitore areodinamico, mi dice un tizio nel tram.
E’ una bella cosa, proprio una bella cosa, gli dico.
Non ho bisogno di nessuno quando si rompe qualcosa in casa. Capisci che voglio dire?, chiede
Certo, ti capisco. E’ una bella cosa, veramente.
Metti che stasera mi si ottura il lavello, per me non è un problema… capisci che voglio dire?
Certo, capisco. E’ una bella cosa, veramente bella, davvero.
Metti che cade un lampadario, io so montarlo un lampadario nuovo. E che ci vuole? Due fili, due viti nel muro. Io me la cavo con queste cose. Io smonto e rimonto e non ho bisogno che qualcuno me lo insegni, io guardo e già so. E’ come se avessi sempre saputo senza sapere di saperlo. Capisci che voglio dire?
Certo che capisco.
Capisci cosa ti voglio dire?
Certo, gli faccio con la faccia scazzata.
Sicuro?
Sì.
Bene! dice e annuisce.

Che poi, penso quando il tizio si zittisce, a me sembra che la gente faccia errori e non se ne accorga, anzi, a me sembra che la gente spesso ripeta i proprio errori e che ciò lì conduca ad arrovellarsi in una serie di sfighe che sembra non finire mai. Meglio fregarsene di tutto finché si può. O forse bisogna abituarsi, radersi la mattina o la sera, a volte all’ora di pranzo, e cose del genere, bah!, meglio scaccolarsi appollaiati o volare appesi a un cappio? E le vie di mezzo? Scaccolarsi appesi a un cappio? Volare appollaiati? Bah!

‘Sta storia di cercare INOX mi sta stressando parecchio. Poi sono due anni ormai che sto sempre appiccicato a Berta, che è una cura-tortura, che le voglio pure un sacco di bene, ma non glielo dico mai, anche se poi penso che lo sappia. Forse poi anche lei pensa che io lo sappia e non me lo dice mai, a me non dispiacerebbe se qualche volta Berta mi dicesse cose come: TVB, TVTTTB, TVUMDB, TTRRCCPPSSNN, RCCGGFFDDS, RKTSUDAN, RRTTZZGF, CCCP… che poi di mettermi in giro a chiedere chi è INOX non mi va proprio.

(Marzo 2005) Estratto da Storie di Iperperplessi.
L’editing Storie di Iperperplessi è stato curato da Chiara Merli.

INTERVISTA RILASCIATA DA FABRIZIO CARUCCI A “SUL ROMANZO”

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INTERVISTA RILASCIATA DA FABRIZIO CARUCCI A “SUL ROMANZO”.

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Ho iniziato a scrivere quando avevo 14-15 anni. Era l’età della ribellione, dei jeans strappati, dei piercing, del punk, del grunge. Ho cominciato scrivendo i pezzi della mia band di allora, i Mokullas.
Da allora non ho mai più smesso di scrivere e il mio rapporto con la scrittura è diventato sempre più importante. A volte scrivevo per bisogno di esternare i miei sentimenti più profondi, a volte trovavo nella scrittura un mezzo per esternare lo sdegno verso le ingiustizie sociali. A volte, semplicemente, scrivevo perché mi annoiavo. Passo dopo passo ho maturato l’idea di scrivere dei racconti, poi ho iniziato a scriverli. I miei primi racconti li ho pubblicati nel 2002 per un giornale umanista di Roma, 361 Gradi. Un giornale che avevo fondato insieme ad altri studenti con cui condividevo la passione per la scrittura in tutte le sue forme. I miei racconti su 361 gradi hanno avuto un buon riscontro da parte dei lettori. Il mio racconto veniva quasi sempre pubblicato in prima pagina. Purtroppo poi i nostri impegni, miei e del resto della redazione, sono aumentati e 361 gradi è naufragato. La mia passione per la scrittura no, anzi, più crescevo e più simbolizzavo lo scrivere come una missione. Nel 2002 ho iniziato a pensare di scrivere un romanzo, poi ho iniziato a scriverlo. Dopo alcuni goffi tentativi ho trovato un tema che mi interessava molto e su cui mi veniva naturale scrivere: la perplessità. Perplessità relativa alla nostra epoca, al modo in cui gli umani si relazionano, alla politica, all’inappagabile bisogno di apparire dei miei contemporanei, al sadismo dell’essere umano nei confronti dell’ambiente, all’abuso di tecnologia, alla droga come veicolo di socializzazione tra i giovani. Ero perplesso e vedevo perplessità intorno a me. La vedevo nei miei amici, nei miei genitori, nei miei professori dell’università, nelle persone in metropolitana. Ero e sono perplesso su quello che accade nella mia epoca. Credo che la perplessità, la confusione, sia il primo passo verso il progetto di un mondo migliore possibile. Ma per confrontarsi col dubbio, per attraversare matrici di significazione egemoni, per decostruire vecchie risposte, per fare tutto questo ci vuole il coraggio e la fatica di ospitare nella coscienza la perplessità, porsi continuamente domande e non avere né la pretesa né fretta di trovare le risposte. E’ per questo che ho intitolato il mio romanzo “Storie di iperperplessi”. Nel 2005 l’ho finito e l’ho pubblicato a Luglio del 2009 per Edizioni Montag.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Non considero la razionalità e l’irrazionalità come due canali diversi o come due diverse fonti da cui attingere per creare. Credo che ogni atteggiamento, ogni comportamento, ogni creazione, ogni narrazione, tutto, sia l’esito dell’interazione due modi di essere della mente, quello irrazionale-inconscio-simmetrico e quello razionale-conscio-asimmetrico. Credo che questi due modi di essere della mente siano sempre compresenti e co-determinanti la creatività e ogni condotta dell’essere umano.
Cercando di rispondere in modo più lineare alle sue domande posso affermare che, porsi davanti ad un foglio bianco, secondo me, implica una regressione verso dimensioni profonde e irrazionali delle personalità, zone d’ombra difficilmente accessibili. La pagina bianca attrae pensieri sommersi, emozioni evacuate dalla coscienza.
La scrittura introspettiva, la ricerca della catarsi, la liberazione dei propri vissuti pesanti, spesso questi sono i motivi che spingono lo scrittore a prendere per la prima volta una penna in mano. Strutturare testi narrativi però è una cosa diversa, il tempo e le pagine bianche riempite insegnano a trasformare le emozioni in storie, ad armonizzare la dimensione pulsionale con la dimensione razionale e ad integrare razionalità e irrazionalità all’interno di un testo. Per concludere, credo che una narrazione piacevole proponga un equilibrio tra razionalità e irrazionalità ed è quello che provo a fare nei miei testi. In sintesi, in relazione al focus della domanda da lei proposta, posso affermare che nei miei testi mi pongo in modo equidistante dalla razionalità e dall’irrazionalità, cerco di fare in modo che queste due dimensioni siano in equilibro.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Beh, Moravia, stiamo parlando di un grande romanziere Italiano, il più grande considerando il fatto che Pasolini si è dedicato molto meno di lui ai romanzi. Moravia, dopo la malattia e il lungo periodo di convalescenza, ebbe il suo successo con gli Indifferenti a 22 anni e da allora ha potuto dedicarsi in modo sistematico alla scrittura. Per me la questione è diversa, non posso dedicarmi tutte le mattine alla scrittura altrimenti il mondo casca davvero. Mi dedico alla scrittura quando sono libero da impegni lavorativi (ho fatto l’educatore in una casa-famiglia per adolescenti a rischio nella periferia a Sud di Roma) e universitari (sono laureato in psicologia e attualmente sto ultimando il mio percorso di laurea specialistica in psicologia clinica).
Non ho dei rituali rigidi quando scrivo, mi piace avere tutte le finestre aperte, qualcosa da bere e il suono del silenzio intorno, tuttavia non trovo queste cose indispensabili per scrivere.
Di solito scrivo a casa, non sempre. Mi capita più spesso di scrivere la sera e la notte ma, se potessi, passerei tutta la mia vita a leggere, scrivere e viaggiare. Non attendo l’ispirazione, trovo stimoli a scrivere continuamente. Credo che se si guardi al mondo senza pregiudizi tutto diventi nuovo e affascinante. Certo, ci sono cose che mi colpiscono più delle altre, talvolta mi capita di sentire la necessità impellente di scrivere, come fosse una fiamma che rischia di spegnersi, si tratta d’intuizioni sfuggenti, insight rarissimi, pensieri divergenti, lampi, mi capita anche questo, ma scrivere per me è un’attività quotidiana.
La dimensione che fa spesso da sfondo alle mie narrazioni è la surrealtà che farcisce la realtà e, quando ci si pone delle domande senza la pretesa e la fretta di trovare le risposte, materiale da narrare ce n’è tanto sotto i nostri occhi. Credo sia questione di taglio, di punti vista.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Di un foglio bianco, delle mie cognizioni e delle mie emozioni. Le finestre aperte, il suono silenzio e qualcosa da bere sono elementi che gradisco, ma non sono indispensabili. Mi capita di scrivere in posti diversi, mi capita di farlo a casa, all’università, nei parchi, per strada, nell’autobus. Credo che le ossessioni e le compulsioni, i rituali, siano delle difese erette per difendersi dal fatto che la scrittura fa sprofondare nelle zone più buie della coscienza e anche dell’incoscienza. I rituali permettono allo scrittore di non perdere l’orientamento, di sapere sempre chi è di fronte all’oscurità e alla profondità del suo essere. Credo che i rituali diano tranquillità e sicurezza ma che, allo stesso tempo, limitino la facoltà di aprirsi completamente di fronte all’infinita possibilità di significati con cui dare senso ai mondi nudi. Ebbene, io quando scrivo amo perdermi, dimenticare chi sono e come vedo il mondo. Mi piace sprofondare nei mondi nudi. Davanti ad un foglio bianco, amo smarrirmi, attraversare matrici di significazione, sciogliere opinioni sature, difensive e reificate. E’ per questo preferisco fare a meno di rituali indispensabili quando scrivo, mi ricorderebbero continuamente chi sono e come vedo il mondo.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Io ho attraversato tutta l’Italia per fare due chiacchiere con la tomba di Pasolini a Casarsa della Delizia.
Gli scrittori del passato, dipende, non credo di scrivere all’ombra dei grandi poeti del passato come Keats e neanche “sputerei” sull’altare dell’arte come Marinetti. Non sono un iconoclasta e non credo neanche che l’arte si possa scomporre nelle categorie del prima e del dopo. Credo che l’arte sia sempre con un piede dentro e un piede fuori dall’epoca in cui viene prodotta. L’arte, secondo me, è nel tempo ma anche fuori dal tempo.
Gli scrittori del passato, sono debitore a molti di loro, ma anche a molti scrittori contemporanei. La mia passione per la lettura ha sempre affiancato quella per la scrittura. Ora ho ventisette anni, ho iniziato a leggere assiduamente intorno ai quindici anni, allora leggevo soprattutto autori di narrativa fantastica, Poe, Hoffman, Meyrink. Sempre in quel periodo ho letto molte opere dei poeti decadentisti, in particolare Baudelaire e Varlaine. Più tardi, verso i 18 anni, ho iniziato a leggere molti autori del neorealismo Italiano: Moravia, Pasolini, Pavese, Levi. Poi è venuta la mia passione per Freud che mi ha portato a iscrivermi a psicologia. All’inizio del mio percorso universitario leggevo soprattutto narrativa americana: Kerouak, Miller, Ginsberg, Bukowski, Carver, Wallace. Altri autori che ho letto durante il periodo universitario e che mi hanno colpito particolarmente sono: Prevért, Gibran, Blake, Whitman, Plath, Beckett, Ionesco, Bennett, Fo, Pirandello, Kafka, Pessoa, Orwell, Burgess, Twain, Dostoevskij, Jodorowky, Marquez, Hornby. Attualmente sto leggendo molta narrativa italiana contemporanea, in particolare, Raimo, Morozzi, Lodoli, Parrella, Pincio, Salas, Bonvicini, Pennacchi, Lupi.
Come è cambiata la mia relazione con gli scrittori del passato attraverso il tempo? Credo che il tempo mi abbia permesso di maturare come lettore. Quando era un lettore meno esperto mi capitava di idealizzare molto gli scrittori che stavo leggendo, di farne troppo precocemente dei geni portatori di verità assolute. Col tempo sono diventato un lettore più cauto e attento.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Io vivo a Roma da otto anni. Roma è un posto dove c’è una forte concentrazione di bravi scrittori, di associazioni, di case editrici, di vetrine, di luoghi e di eventi che gravitano intorno alla letteratura.
L’avvento delle nuove tecnologie, blog, social network ecc…, riduce certamente la distanza tra centro e periferia. Il recente successo del romanzo di provincia “Gli interessi in comune” di Vanni Santoni è una delle tante conferme che testimoniano le potenzialità delle nuove tecnologie inerenti la comunicazione. I blog, i social network, la piccola e media editoria, sono sicuramente degli elementi che ammortizzano la distanza geografica tra centro e periferia, tuttavia credo che i canali comunicativi che contano, quelli con grossa visibilità e distribuzione siano ancora retaggio di un’oligarchia editoriale. Credo che la dimensione della casta e la cultura familista che caratterizzano vari ambiti della società italiana non risparmino affatto letteratura. In sintesi credo che le nuove tecnologie abbiano diminuito la distanza geografica tra il centro e la periferia, ma mi sembra che allo stesso tempo il potere oligarchico editoriale determini chi sta vicino e chi sta lontano al di là della geografia.
Per quanto riguarda la geografia fisica, se è vero che le nuove tecnologie riducono la distanza tra centro e periferia, è anche vero che le occasioni di crescita e di sviluppo che offre una grande città, Roma per esempio, non sono quelle che offre un paesino di provincia o una piccola cittadina di periferia.
Le nuove tecnologie danno sicuramente una mano agli scrittori di periferia e alla diffusione della conoscenza nella periferia, ma esistono ancora luoghi di concentrazione di scrittori, Roma in primis, e soprattutto oligarchie editoriali centrali a cultura familista.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Non so se scrivere abbia migliorato o peggiorato il mio percorso di vita. Sicuramente scrivere mi ha cambiato.
La letteratura mi ha permesso allo stesso tempo di vestire e di spogliare la realtà. Non riesco neanche a immaginare la mia vita senza la letteratura. E’ per questo che non so dirle se scrivere abbia migliorato o peggiorato la mia vita e se abbia illuminato la via che conduce verso i miei desideri.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie a lei per l’attenzione e lo spazio che mi ha concesso.

http://www.fabriziocarucci.wordpress.com
Su questo blog potete leggere l’introduzione a “Storie di Iperperplessi” (Montag edizioni, 2009) e alcuni miei racconti inediti.

(Questa intervista è pubblicata anche sul blog “Sul Romanzo”).

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VIAGGIO SPAZIALE LOW COST

Ormai da molti anni abitavo sulla luna.
Decisi di tornare sulla Terra per vistare Shangri-La.
Zefiro e Albert sulla luna erano molto famosi e leggendarie erano le loro gesta. Sulla luna si parlava anche molto di Shangri-La, un paradiso perduto a cui solo Zefiro e Albert avevano accesso in tutto il sistema solare.
Trovai dei biglietti per la Terra a buon prezzo, una compagnia aerea offriva viaggi spaziali low cost, così non ci pensai su due volte e presi il primo volo spaziale per Roma.

Zefiro abitava in una casa viola vicino al Colosseo.
Era una casa di tre piani circondata da un enorme giardino.
Si accedeva all’interno della casa attraverso un portone enorme e altissimo che immetteva in un corridoio strettissimo e basso.
I pavimenti interni erano bordeaux, le pareti erano ricoperte di stagnola, il soffitto era a scacchi e bucherellato tipo Emmental.
Nel cortile c’erano fontane enormi, banani, baobab, elefanti a tre proboscidi che brucavano Sensimilla e panchine a forma di coccodrillo.
Di Zefiro avevo letto che non parlava mai. Tuttavia appena arrivai nella sua casa viola mi disse “Secondo me i pitoni li ingoiano i marmocchi anche se Gaia, il mio serpente che non è ancora nato, non ne ha mai inghiottiti”.
Cercai di fargli qualche domanda, di introdurre altri discorsi possibili. Non ci fu modo di farlo parlare ancora.

Dopo qualche giorno di silenzio e assenza di comunicazione Zefiro mi portò un pacco enorme.
Sembrava un imballo di una lavatrice o di un frigorifero.
C’era un fiocco sopra, azzurro.
Lo aprii.
Sul fondo del pacco c’era un foglietto a quadretti illibato e basta.
Quando alzai la testa per chiedergli spiegazioni Zefiro non c’era più.

Dopo un paio di giorni, mentre osservavo un elefante a tre proboscidi che rincorreva un gatto volante, Zefiro mi avvicinò e mi chiese se conoscevo Albert.
– Ho letto molto su Albert. Dissi. Parlami di lui.
– Albert è un napoletano col senno bislacco, una lunga chioma e il cammello portatile. Ha i baffi alla Nietzsche e somiglia a una bottiglia di Grand-Marnier. Albert è anche molto amico di Zoe.
– E chi è Zoe? Chiesi a Zefiro, lui però smise di parlare.

Cercai Zoe nell’ala oblunga del giardino per saperne di più su Albert.
Zoe era distesa su una panchina a forma di coccodrillo. Era una donna un po’ obesa, l’esser magra non era mai stata una sua pretesa. Mi sorrise e io anche a lei. Intorno a noi c’erano chele di granchio dappertutto, colibrì ubriachi e smergi impauriti. Le dissi che non avevo il torso peloso e che se voleva poteva controllare. Lei mi parlò della storia di una mimosa bianca, mi disse di seguirla, mi donò il suo corpo in uno scrigno, ma non mi svelò nulla di Albert.

Dopo aver goduto delle armoniose rotondità di Zoe tornai giù in giardino. Lì incontrai un uomo che se ne stava sotto un baobab a brucare Sensimilla insieme a un elefante a tre proboscidi. L’uomo indossava una giacca scozzese e una gonna a fiori, era bianco in viso e le sue guance erano verdi.
– Ma tu sogni? Gli chiesi
Lui rispose cordiale.
– Io sogno. Eccome se sogno. Spesso sogno di ninfee che ballano l’opera 27 dei Notturni di Chopin, oppure di bianche magnolie che lanciano fiamme.
– Come ti chiami? Gli chiesi
– Mi chiamo Baldovino. Disse e poi improvvisamente si trasformò in Zefiro.
– Sei pronto per partire? Mi chiese.
– Dove andiamo compagno muto parlante mutante? Gli chiesi e la voce potente di Albert sovrastò quella fievole di Zefiro.
– Vi porterò entrambi nel paese dove tutti vivono felici, ma possiamo restarci solo un dì.
Albert se ne stava su un banano, fumava la pipa e consultava il suo orologio sciolto. Era un uomo robusto, rosso di capelli, rosso vestito, bianco in viso e in mano aveva il suo leggendario cammello portatile.

Zefiro, Albert e io ci incamminammo su un sentiero verso il paese misterioso.
C’erano frammenti di conchiglie e sassolini colorati a segnare il nostro cammino.
Albert ci faceva strada ammazzando migliaia di serpentelli verdognoli col suo bastone magico.

Dopo aver camminato per un bel po’ ci trovammo davanti a un ruscello e Albert urlò “Benvenuti a Shangri-La”.
Appena disse quel nome i campi intorno al fiume si popolarono strani omini, il cielo diventò giallo, il sole azzurro, i prati e l’erba viola.
Gli omini ci accolsero festosi e ci offrirono boleri e molti dei loro averi.
Mi spogliai e corsi nell’erba viola.
Corsi per ore e ore, come per liberarmi da un’impurità fittizia.
Corsi fin quando fui sfinito e liberato come in un mistico esorcismo.
Zefiro non la smetteva più di parlare con gli alchimisti barbuti.
Albert amoreggiava con delle dolci donnine.
A Shangri-La erano bandite le umane debolezze.
Odio, invidia, avidità, insolenza, avarizia, ira, adulterio, adulazione; tutto ciò non esisteva a Shangri-La.
Gli abitanti di Shangri–La producevano cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e dedicavano il resto della giornata all’evoluzione alla conoscenza interiore della scienza e alla produzione di opere d’arte.

Un omino mi offrì una cornucopia piena di bacche, ne mangiai, poi osservai le nuvole assumere forme bizzarre.
Feci appena in tempo a visitare le cascate di coriandoli che le campane suonarono e il dì era finito.
Albert fece un cenno con la mano e io e Zefiro lo seguimmo muti tra i saluti.
Ripercorremmo all’inverso il sentiero che ci aveva portato a Shangri–La.
Al ritorno il sentiero mi sembrò inospitale e ostile, un serpente mi morse, il sangue scorse giallo e creò rosse pozze violacee in terra.
[ Dicembre 2005]

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Storie di iperperplessi (introduzione)

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“Storie di Iperperplessi” è scritto in prima persona ma non è assolutamente un romanzo autobiografico, è la storia di Silvano. Certo, Silvano ha qualcosa di me e io qualcosa di lui. Ma io sono Fabrizio, lui è Silvano. Tutti i personaggi, compreso il protagonista, Silvano, sono in parte collage di frammenti di persone che ho realmente conosciuto, in parte l’esito della mia immaginazione.

“Storie di Iperperplessi” è un racconto irreale, nel senso che è una narrazione di fatti che non sono mai accaduti e di persone che non sono mai esistite. Tuttavia tutta il romanzo si sviluppa in una cornice realista, a tratti surrealista. Il mio è un tentativo di narrare il surreale attraverso il reale.

Questo romanzo è stato scritto nel periodo compreso tra Febbraio 2002 e Agosto 2005.

Introduzione

Meglio volare appesi a un cappio o scaccolarsi appollaiati? E le vie di mezzo? Funzionano meglio? Cose tipo volare appollaiati o scaccolarsi appesi a un cappio.

Bah!

Scacchi ed io abbiamo fatto quasi tutto insieme: l’asilo, le elementari, le medie, il liceo, la prima sigaretta, la prima canna, il primo gruppo, il primo pezzo e un sacco di altre cose.

A 18 anni Io e Scacchi siamo andati a vivere a Roma insieme a Spliffo, che allora aveva 23 anni e l’intenzione di finire la ragioneria. Del nostro periodo di convivenza ricordo poco, ci svegliavamo alle 3 del pomeriggio e alle 6 cominciava il tavernello-time che finiva quando il primo di noi collassava. Durante i primi due mesi romani uscivamo di casa solo per i concerti, per la sala prove, per stare con Linda e Melania e per perdere tempo con Maia.

Ci fu un concerto che cambiò la vita di tutti e tre: Agnostic Front, 28 Ottobre 2001. A quel concerto successe di tutto.

Scacchi venne preso a pugni da un naziskin alto due metri e largo uno. Il naziskin si incazzò perché Scacchi nel pogo gli aveva dato involontariamente un pugno. Scacchi cercò di scappare e poi, quando si rese conto che era inutile, si fermò e cercò di calmarlo sbandierandogli sotto il naso il simbolo della pace più pratico da esibire, cioè un pugno chiuso con l’indice e il medio sollevati. Il naziskin però pensò che Scacchi lo stesse provocando, se la prese ancora di più e gli mollò un botto di calci in faccia e pugni nello stomaco. A quel concerto poi ho conosciuto Berta.

Dopo quel concerto le cose cominciarono ad andare diversamente: Berta divenne la mia ragazza ufficiale e cominciai a passare giorni, settimane, mesi sul letto con lei. Scacchi probabilmente si sentì solo e per placare paranoie varie si mise insieme ad Alina, una tizia snella e pulita con le tettone che aveva conosciuto all’università. Dopo un po’ a casa non parlava più nessuno, si era creata una situazione appiccicosa e sessocentrica perché Scacchi ed io stavamo con Alina e Berta e Spliffo metteva Gish a palla e si suonava la batteria sulle ginocchia tutto il giorno.

In quel periodo a Spliffo si leggeva in faccia che ne aveva piene le palle di me, di Scacchi, di Berta, di Alina, della ragioneria, di Roma, di tutto.

Un bel giorno Spliffo chiamò me e Scacchi in camera sua e ci disse pari pari che ne aveva piene le palle, che aveva deciso di abbandonare definitivamente la ragioneria e che tornava a Chickencity, il nostro paese natio.

In quel periodo la nostra padrona di casa non vedeva l’ora di vendicarsi con noi perché le arrivavano in continuo lettere dei vicini, lettere di lamentele del tipo: i ragazzi del terzo piano pisciano dal balcone, girano nudi per casa, fanno rumore perché non dormono la notte, sbagliano di continuo appartamento e molestano campanelli altrui, barcollano, sono figure losche perché sono pieni di buchi in faccia e hanno i capelli aggrovigliati che sembrano serpenti. I nostri condomini non ci amavano affatto, il tizio del piano di sotto poi ci aveva denunciati perché una volta un punkabbestia tedesco che abitava sotto il portico del nostro palazzo e che veniva spesso a trovarci gli aveva detto: Io sono Sasha, sono un punkabbestia e io la scopa la tu moglie perché io la girare le mondo. Vaglielo a spiegare al tizio del piano di sotto che Sasha scherzava e che in quel momento la sua capacità di intendere e di volere era sul fondo di una bottiglia di Brandy & Fanta. Sasha beveva solo Brandy & Fanta. Non mangiava quasi mai. Quando non aveva niente da fare intingeva l’ago nell’inchiostro di china e si tatuava. Il suo corpo, nelle parti raggiungibili dalle sue mani, era pieno di scritte e disegni che sembravano fatti da un bambino di tre anni. Sull’avambraccio si era scritto Katia ti amo, sull’addome aveva una svastica, sul torace una falce e martello, sulla mano un’aquila, sull’altra strani segni indecifrabili; una volta voleva tatuare anche me ma lo mandai affanculo.

Tornando alle lettere dei condomini, tutte finivano con la stessa frase: “Farei bene a preoccuparmi se fossi in lei sig.ra Bocchinbrillo.” La nostra proprietaria di casa, la signora Bocchinbrillo, aveva tantissime fobie e somigliava in maniera preoccupante alla professoressa di Paz, quella a cui Zanardi sgozza il gatto. La signora Bocchinbrillo per aggirare il problema che rappresentavamo per il condominio fece una scelta strategica: affittò la camera di Spliffo a una vipera-fighetta con annesso boy-friend palestrato. Si chiamava Sandra, l’annesso si chiamava Antonio ma Scacchi ed io lo battezzammo subito zio Tarricone; questo lo innervosiva al punto di farlo diventare a volte simile all’incedibile Hulk. Tuttavia non ebbe mai il coraggio di dircelo e noi decidemmo di continuare a chiamarlo così fino a farlo scoppiare. Sandra appena vide la cucina cominciò a stressarci perché era “un ripostiglio di cadaveriche reliquie di cene alcoliche”, così definiva lei il nostro habitat. In effetti non era pulitissima, c’erano pezzi di carne rinsecchiti attaccati al pavimento e sugo, olio e vino sulle pareti le facevano sembrare dipinte da Pollock, ma a noi piaceva così. Cercammo di negoziare una soluzione possibile con Sandra ma le cose andarono peggio che tra Sharon e Arafat e cominciò la guerriglia domestica.

Lei, banalmente, cominciò a spedire lettere di lamentele alla signora Bocchinbrillo e Scacchi ed io cominciammo a metterle il sale nel dentifricio, il furetto di Alina nel letto e altre cose del genere, presto però ci accorgemmo che questa era peggio di Sharon. Passammo due mesi di guerriglia domestica, poi Scacchi cominciò ad andarci pesante, Sandra non riuscì a resistere e dopo tre giorni lasciò la camera.

Fu allora che io e Scacchi decidemmo di occupare la camera lasciata da Sandra. Funzionava così: la Bocchinbrillo metteva l’annuncio sul Porta Portese col suo numero e ci mandava un sacco di persone a casa perché mostrassimo loro la camera, noi le accoglievamo a tarallucci e vino e loro di solito scappavano senza nemmeno dare un’occhiata alla camera, si fermavano alla cucina, osservano i cadaveri sul pavimento, i Pollock sulle pareti e scappavano dicendo che si aspettavano qualcosa di diverso.

Con le coperte e con i vestiti costruimmo una capanna nella camera occupata e la adibimmo a camera dell’amore e della fattanza.

Poi successe che un giorno, dopo due mesi di pseudo-occupazione, la proprietaria si infilò in camera approfittando della nostra assenza e la affittò a una tizia spagnola che doveva fare sei mesi di Erasmus. La spagnola si chiamava Neus e in poco tempo si adattò abbastanza bene a noi.

Intanto Berta diventava sempre più importante per me e Alina lo diventava per Scacchi, assorbivano tutte le nostre energie e spesso non ci rimaneva nemmeno la forza di parlare e divertirci insieme. S’era rotto qualcosa, né io né Scacchi capivamo bene cosa, non facevamo ipotesi, semplicemente evitavamo di parlarne.

Senza pensarci troppo, dopo qualche mese, andai a vivere con Berta a San Lorenzo, un quartiere di Roma. I primi quattro o cinque mesi andò tutto alla grande, non ci sembrava vero di convivere, poi si fece viva la voglia di sperimentare il mondo e con questa la gelosia e di conseguenza scazzi e intrallazzi.

Ci teneva insieme una miscela di amore gelosia e dipendenza che ci faceva fare cose come buttarci di tutto appresso, cacciarci vicendevolmente di casa in piena notte e altri sfregi del genere. Quando trovammo il coraggio di affrontare la svolta e di dividerci cambiammo casa ma continuammo a vederci, amarci e odiarci. Andai a vivere sulla Nomentana con il Mantovano, un tizio che scriveva su un giornale di sinistra e sembrava saltato fuori da un romanzo di Moravia, e Glauco, un farlocco parecchio tranquillo che studiava sociologia da una quindicina d’anni. Berta andò a vivere in via dei Marsi con una tizia che si chiama Gianna. Dopo il trasferimento vedevo Scacchi di tanto in tanto, Spliffo per niente e con Berta era un su e giù permanente, mi sentivo come l’H2O senza i due atomi di H.

Berta era parecchio assurda, desiderava il black-out della testa e per addolcirsi regalava iris agli sconosciuti e sassi di Filicudi alle persone che amava. Si sforzava di essere un nocciolo come quello delle pesche, duro fuori e tenerissimo dentro; era colorata, portava spesso un cappuccio viola sui dread neri, una sciarpetta verde attorcigliata intorno a un collo fino fino, un cappottino arancione da bimba abbottonato solo con il bottone più in alto, i pantaloni di velluto a zampa appiccicati alle gambe snelle, quei pantaloni di velluto che sono un collage di toppe di tutti i colori, quelli che se ne trovano tanti a via Sannio. Saltava di posto in posto come se niente fosse: Roma, Napoli, Bologna, Berlino, Amsterdam, Londra, Dublino, Praga, scivolava su e giù e pretendeva che niente cambiasse, che io restassi sempre lo stesso.

Mi capitava spesso di passare sotto casa sua, c’era sempre la tapparella chiusa a metà, di solito fumavo una sigaretta, facevo un tentativo al citofono e mi rispondeva sempre Gianna, una ragazza magrissima, spigolosa e rasata che somigliava un po’ alla Gianna di Paz. Finiva sempre che mi faceva salire e mi diceva Berta è qua e Berta è là, mi offriva un tè e cominciava a parlarmi di rivoluzioni, occupazioni, molotov, manifestazioni, l’iniziativa al Panorama di Pietralata, la Diaz, i manganelli, l’area dell’Ernesto, i leninisti, gli umanisti, i perbenisti, i pariolini, i fighetti, i coatti, gli impasticcati, i fasci, i pink, i punk, i black-block, i questi, i quegli altri, il movimento, la guerra che quegli stronzi che chiamano pace, Action, Indymedia, l’informazione pulita, cose come: hai letto su http://www.carta.org, http://www.fuoriluogo.it, i fasci coi coltelli fanno i manifesti rossi come noi e le persone non capiscono più se sono i loro o i nostri, l’occupazione all’ex cinodromo per il diritto alla casa, il libro di Antonio Castro, lotta continua, Auro Bruni a Roma, Carlo Giuliani a Genova, Valerio Verbano, Daniele avevo solo 19 anni.

L’editing di Storie di Iperperplessi è stato curato da Chiara Merli.

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TAYLORISMO ACCADEMICO

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Era maggio, era l’inizio di maggio.
Era mattina, non proprio mattina, era quasi mezzogiorno.
Nando doveva andare in segreteria, era uno studente di antropologia, gli piaceva studiare, ma più che altro gli piaceva contraddire le raminghe nozioni che l’università gli offriva a caro prezzo e poca spendibilità nel mondo del lavoro.
Nando era un paranoico ma possedeva un lettore mp3,  aveva davanti possibili contratti dai nomi bizzarri, contratti con l’angoscia e l’alienazione come effetti collaterali. Lui se ne fregava, si ficcava gli auricolari e metteva su Jim Morrison a palla che gli faceva vibrare i lobi. Jim Morrison lo aiutava ad affrontare la giornata con un ritmo diverso da quello che il suo status di apprendista precario gli imponeva.
Nando se ne fregava, appiccicava al suo IO sdrucito pezzetti di gente che conosceva, che scaricava da internet o che trovava tra gli scaffali di Mel Bookstore su via Nazionale o su quelli di Disfunzioni Musicali a San Lorenzo.
Quella mattina di Maggio era diretto alla segreteria della sua facoltà, erano le 11 e 50 e la segreteria chiudeva alle 11 e 30, lui lo sapeva benissimo ma ci provava lo stesso.
Nando era iscritto da cinque anni all’università ma all’improvviso aveva rimosso il suo numero di matricola.
A mezzogiorno e mezzo Nando arrivò alla città universitaria. Della segreteria ormai se n’era completamente dimenticato. Si guardò un po’ intorno, si rese conto di essere nella città universitaria e di non avere assolutamente niente da fare. Mentre pensava al da farsi notò una faccia familiare tra la ressa di studenti fatti in serie con metodi tayloristici.
“Valentina” disse ad alta voce Nando pensando di pensare.
Valentina era una tizia con cui Nando aveva messo su un gruppo ska il primo anno di università. Ora lei era tutta presa dalle cose dal collettivo e dal movimento. Nando ogni volta che la incontrava pensava che almeno lei riusciva a credere in qualcosa. Nando aveva un atteggiamento ambivalente nei confronti del movimento, un po’ stimava la gente onnipresente tra le folle urlanti e un po’ gli sembravano ridicoli pezzi da fabbrica che nella tayloristica fretta erano stati montati male.
Chiacchierò un po’, e senza molta enfasi, con Valentina, poi improvvisamente si rimise Jim Morrison a palla nelle orecchie e si allontanò senza ciao e forme di cortesia alternative, eque e solidali.
Nando vagò immotivamente per la città universitaria e dopo un po’ notò un altro viso familiare tra la ressa di studenti, “Lianca” disse tra sé e sé sempre pensando di pensare, poi si tolse Jim Morrison dalle orecchie, i suoi lobi smisero di vibrare, lei contemporaneamente si voltò verso di lui “Ciao” disse, “Bella” disse Nando, lei sorrise, lo avvicinò, lo abbracciò,
“da quanto tempo?”
“Nemmeno tanto poi…” disse Nando
“Com’è finita poi la tua vacanza in Salento?” gli chiese la tizia
“Io non sono mai stato in Salento” disse Nando
“Ma non è li che ci siamo visti l’ultima volta?”
“No, ci siamo visti al sit in di Emergency davanti all’ambasciata Afgana per la liberazione di Rahmatullah” le fece Nando
“Macchè, io al sit in all’ambasciata Afghana non ci sono mai andata, e chi è poi sto Rahmatullah?” disse lei e si grattò il mento, i due si guardarono meglio e improvvisamente si accorsero dell’equivoco.
“Ma tu non sei Andrea di Cosenza?” Chiese lei.
“No.” Disse Nando “Io sono di Salerno” e poi aggiunse “Ma tu non sei Lianca di Tuglie?”
“Ma dde che?” Fece lei “Io sono del Quadraro, mi chiamo Tiziana io”.
“Bah!” Disse Nando e si strinse il mento tra l’indice e il pollice.
“Maddai” Fece Tiziana.
“E’ che qui ci somigliamo un po’ tutti…” fece Nando.
“Già…” fece Tiziana.
“Già…” fece Nando, si rimise Jim Morrison a palla negli orecchi, i suoi lobi ripresero a vibrare, “Bella” gli fece Tiziana, Nando si fece un’ombra dai contorni vaghi e riprese a vagare immotivatamente per la città universitaria.

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